🔫🔥Addio alle Armi
il PKK tra Resistenza e Disarmo - Estera, Speciale Qandil
Non credo nelle armi, ma nel potere della politica e della pace sociale e vi invito a mettere in pratica questo principio, Abdullah Öcalan, appello del 9 luglio 2025.
Un Partito contro tendenza
Sta succedendo davvero. La cerimonia che ha avuto luogo venerdì scorso a Sulaymaniyah, nel Bashur (Kurdistan iracheno), è la prova che il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) ha intrapreso un processo di disarmo concreto. Circa una trentina di guerriglieri, tra uomini e donne, hanno bruciato le proprie armi davanti a giornalisti e membri della società civile.
Il gesto, potente e simbolico, segue la storica decisione presa il 12 maggio scorso durante il 12° Congresso del Partito. In quell'occasione, 232 delegati e delegate hanno dichiarato conclusa la lotta armata e annunciato la dissoluzione di uno dei movimenti armati più longevi della storia. Il disarmo del PKK, però, non nasce dal nulla: è il risultato del processo di pace rilanciato lo scorso febbraio, dal carcere di Imrali, da Abdullah Öcalan, fondatore e leader del PKK. Da mesi, ormai, si attendeva una mossa concreta, dopo che una prima trattativa indiretta era stata intavolata dal leader nazionalista Devlet Bahceli, con il suo invito a sciolgiere il PKK in cambio della pace, e abilmente incalanata dal DEM Partisi - partito turco di sinistra radicale e a maggiotanza curda. L'iniziativa poteva arrivare da Ankara o da Qandil, dalla Turchia o dal Partito.
Alla fine, è stato il movimento armato a compiere il passo più decisivo. Un atto di fiducia in un'occasione di pace più unica che rara, in un mondo attraversato da invasioni, genocidi e venti di guerra. In un contesto internazionale in cui la guerra è tornata a essere lo strumento privilegiato per ridefinire le relazioni tra Stati, la scelta del PKK può sembrare inattuale. Eppure, proprio per la sua apparente anacronia, appare rivoluzionaria. Coerente, in fondo, con l'intera traiettoria storica del PKK.
Fin dalla sua fondazione come partito di ispirazione marxista-leninista, il PKK ha rappresentato una voce critica nel panorama dei movimenti rivoluzionari, sapendo affrontare fasi di transizione globale e ridefinire la propria identità teorica. Dopo decenni di lotta decoloniale portata avanti in Kurdistan – soprattutto nel Bakur, la Turchia sud-orientale – e in Libano contro Israele, il PKK ha riconosciuto che il mondo stava cambiando con la caduta del Muro di Berlino. Il paradigma socialista entrava in crisi. La difficile fase di transizione affrontata dal partito negli anni Novanta, che ha portato a non pochi scontri interni, si è chiusa con la cattura di Öcalan a Nairobi da parte dei servizi segreti turchi.
Tuttavia, è stato proprio dal carcere che il leader curdo – come un Gramsci contemporaneo – ha trasformato l'ideologia del PKK, proponendo un modello radicale di convivenza oltre lo Stato-nazione. Un modello fondato su una nuova teoria della liberazione, costruita attorno a tre pilastri: autonomia democratica, ecologia sociale ed emancipazione femminile. Principi che, nel tempo, hanno ispirato nuove realtà sociali.
I venti rivoluzionari del 2011 hanno aperto uno spazio concreto per mettere in pratica il Confederalismo democratico elaborato da Öcalan. A coglierlo sono state le comunità del nord-est della Siria, a maggioranza curda, politicamente allineate all’ideologia del leader curdo. In mezzo alla barbarie dello Stato Islamico e del regime di Bashar al-Asad, l'esperienza del Rojava ha rappresentato per molti una risposta radicale ai mali del capitalismo e dello Stato-nazione. Ma anche una fonte di speranza. La resistenza di Kobane, quella di Afrin, la liberazione di Raqqa sono episodi di resistenza entrati nell'immaginario collettivo, non solo curdo e non solo siriano.
Nel dicembre 2024, con la presa del potere in Siria da parte di Hayyat Tahrir al-Sham, il mondo progressista ha iniziato a chiedersi quale sarebbe stato il destino delle Amministrazioni Autonome del Nord Est della Siria (AANES), l'entità politica nata da più di dieci anni di guerra. La caduta di Asad, il genocidio in corso in Palestina e l'invasione russa dell'Ucraina segnavano un nuovo cambiamento nello scenario regionale e globale. In questo scenario, le trattative tra le AANES e Damasco sono state scandite dagli attacchi dell'Esercito Nazionale Siriano, sostenuto dalla Turchia, e dalle notizie provenienti da Imrali. Dichiarazione dopo dichiarazione, si apriva poco alla volta uno spiraglio per la pace.
Alcuni ambienti hanno accolto con scetticismo, se non con delusione, le parole di Öcalan e la reazione positiva del PKK e delle altre forze curde. Per molti, anche nella sinistra internazionale rivoluzionaria, la fine della lotta armata rappresenta un fallimento. La chiusura definitiva di una stagione di resistenza e la dismissione di un paradigma rivoluzionario. Tra le stesse fila più radicali del PKK, c’è chi definisce il disarmo un compromesso troppo alto dopo decenni di lotta, carcere, esilio e montagne. Alcuni, invece, temono che con la dissoluzione del PKK venga meno il solo strumento in grado di garantire voce e dignità a un popolo ancora privo di riconoscimento sia a livello locale-istituzionale, sia geopolitico.
Eppure, conoscendo la storia del PKK, la traiettoria che ha seguito negli ultimi decenni e la trasformazione profonda impressa da Öcalan dal carcere di Imrali, è difficile leggere la cerimonia di Qandil come una sconfitta. Più che una resa, è il segno di un cambio di fase. Un passaggio coraggioso, che nasce da un’analisi politica radicata nel presente.
Resta da capire se il momentum verrà riconosciuto anche dalla Turchia e dagli altri attori regionali. La sfida, ora, non sarà soltanto avviare un dialogo credibile, ma resistere alle molteplici pressioni -interne ed esterne- che proveranno a soffocare sul nascere questo tentativo di pace.
Il disarmo del PKK, comunque lo si voglia leggere, segna un punto di svolta. E se chiude una stagione segnata dal conflitto, ne apre un’altra, ancora incerta, ancora fragile, ma, per la prima volta dopo tanto tempo, possibile.



