🏛️💻"Carthago 2.0 (ep.1):
le oligarchie digitali del XXI secolo - Estera, TecnoLeviatano #4
Le oligarchie nella storia: da Cartagine alle moderne cleptocrazie
Enrico Maria la Forgia, responsabile newsletter
Fin dall’antichità, la presenza delle classi ricche nella gestione dello Stato ha suscitato analisi, riflessioni, paure. Sia i romani che i greci si chiedevano se fosse conveniente che persone con forti interessi economici governassero la cosa pubblica: nel caso la scelta fosse tra il bene economico dei governati e quello dei governanti, per cosa opterebbero quest’ultimi?
Aristotele fu tra i primi a concettualizzare una tale distorsione del bene comunitario: «Ovunque gli uomini governino in virtù della loro ricchezza, che siano pochi o molti, quella è un’oligarchia» (Politica, libro III, capitolo 8), sottolineando come «le costituzioni che mirano all’interesse comune sono rette; quelle che mirano all’interesse dei governanti sono devianti. E tra queste, l’oligarchia è il governo che mira all’interesse dei ricchi».
Quasi mille anni dopo, nel suo Historiae (libro VI, capitolo 56), Polibio dichiarava che a Cartagine, la prima oligarchia certificata del Mediterraneo, l’organizzazione del potere sulla base della ricchezza era un incentivo alla corruzione.
La storia di Cartagine, per volontà e gioia dei romani, si è conclusa nel 146 A.C con la distruzione della città. La storia dell’oligarchia, per nostra sfortuna, è ancora lontana dal concludersi invece. Un secolo dopo l’altro, all’interno di ogni civiltà, le oligarchie sono state onnipresenti, vuoi come spauracchio e monito teorico per governanti, vuoi come aberranti sistemi di potere.
Dall’Africa del XIV secolo con Ibn Khaldun alla Cina dei Song con Wang Anshi, pensatori e riformatori sottolineavano lo stesso pericolo: concentrare potere e ricchezza nelle mani di pochi porta alla rovina dello Stato.
Un leitmotiv senza limiti di spazio, tempo e cultura: l’oligarchia è nemica dei popoli ed è una forma di governo che porta al collasso.
In epoca contemporanea, il termine oligarchia è spesso sostituito da un suo sinonimo: cleptocrazia. Un termine che oltre a riferirsi alle ingerenze dei ricchi nella ragion di Stato allude anche alla loro pochezza morale. Cleptocrazie vengono spesso definite la Russia di Putin, l’Ucraina post sovietica, il sistema di potere del presidente turco Erdogan.
Ma nulla di tutto questo prepara davvero alla nuova Cartagine che si sta formando davanti ai nostri occhi, soprattutto negli Stati Uniti: un’oligarchia hi-tech che controlla dati, infrastrutture e informazioni indispensabili per governare. Una forma di potere nata dal capitalismo più sfrenato e dalla corsa al cyberspazio… una Carthago 2.0.
Le fondamenta di Carthago 2.0: gli anni Novanta e la globalizzazione
Ricercatori e analisti fanno risalire gran parte delle oligarchie contemporanee agli stravolgimenti degli anni Novanta. Il decennio successivo alla caduta dell’URSS è stato infatti caratterizzato da trasferimenti di asset come mai prima, a livello internazionale.
In Russia, ad esempio, durante un decennio di violenze e spartizioni dell’apparato economico-finanziario di uno Stato al collasso, emerse la figura di Vladimir Putin, ex ufficiale del KGB con solidi legami con la classe di magnati russi che si stavano spartendo i principali settori produttivi del Paese. Saranno poi questi magnati a tenere in piedi il regime del Cremlino, in cambio del mantenimento dei loro monopoli.
Il crollo dell’URSS e il nuovo ordine mondiale neoliberista favorirono la liberalizzazione dei mercati globali, la privatizzazione dei servizi e la deregolamentazione finanziaria - ovvero il Washington Consensus come paradigma globale.
Questi processi, in realtà, erano in atto almeno dagli anni Settanta e Ottanta. La fine della Guerra fredda, però, permise la commercializzazione di prodotti digitali inizialmente pensati per l’apparato militare (come internet e i computer) e l’abbassamento dei loro prezzi, dovuto soprattutto alla globalizzazione delle catene di produzione.
Se a questi fattori si aggiunge la debolezza dell’antitrust statunitense in quegli anni - che favorì l’ascesa di monopoli digitali tollerando la concentrazione produttiva in cambio del mantenimento di prezzi relativamente bassi -, è abbastanza facile capire come siano ascesi i “Tech Barons” a stelle e strisce che, al giorno d’oggi, costituiscono Carthago 2.0.
Di fatto, se le oligarchie sono state onnipresenti nella storia dell’umanità, ogni oligarchia è il prodotto specifico della cultura politica nativa e si inserisce in sistemi di potere e produttivi specifici.
Carthago 2.0 oggi: l’ascesa delle BigTech statunitensi e la loro “entrata in politica”
Nel suo Rentier Capitalism (2020), Brett Christophers nota come le BigTech, nonostante ciò che si crede, non guadagnano innovando quanto più controllando asset infrastrutturali quali cloud, brevetti, ecc. Le BigTech sarebbero quindi basate sulla rendita più che sull’innovazione, una caratteristica che favorisce l’emersione di vere e proprie oligarchie.
Secondo i giornalisti Lingelback e Guerra, autori di The Oligarchs’ Grup: Fusing Wealth and Power, un oligarca è «qualcuno che accumula e riproduce ricchezza economica o potere politico per poi trasformare l’una nell’altra, in difesa di interessi personali». Un processo che, nel caso della Carthago 2.0, è stato favorito da un’altra caratteristica propria delle BigTech statunitensi: il fatto che siano state in grado di costruire i loro imperi, le loro piattaforme digitali, le loro infrastrutture digitali, molto prima che lo Stato se ne rendesse conto.
Molti dei prodotti digitali inizialmente destinati al mercato privato sono divenuti essenziali al funzionamento dello Stato. Ne consegue che un ristretto gruppo di uomini estremamente ricchi, che hanno orientato lo sviluppo tecnologico secondo le proprie convinzioni personali, oggi esercitano un influente potere informativo, socio-tecnico e politico negli Stati Uniti.
Per stimare l’influenza dell’oligarchia digitale statunitense sulla Casa Bianca, basta pensare a quanto negli ultimi 15 anni le tecnologie e il cyberspazio abbiano scalato posizioni nell’agenda di Stato. Dal 2010 circa in poi, il governo federale è diventato un enorme consumatore di tecnologia — dal cloud computing all’intelligenza artificiale, fino ai razzi — che non è in grado di produrre in modo efficiente autonomamente, necessitando quindi di una più stretta collaborazione con le BigTech.
Con il Trump II questa tendenza è andata a esacerbarsi: solo il Pentagono, per esempio, ha speso dalla rielezione del Tycoon almeno 53 miliardi di dollari con grandi aziende tecnologiche.
Negli anni immediatamente successivi alla prima elezione di Trump, quest’alleanza esplicita tra la Casa Bianca e i vertici dell’industria tecnologica sarebbe sembrata improbabile. All’epoca, Mark Zuckerberg accolse l’inizio della presidenza Trump prendendo pubblicamente posizione contro le sue politiche migratorie: in una lettera aperta scritta una settimana dopo l’insediamento, ricordò come i genitori della moglie e i suoi stessi antenati fossero immigrati, definendo quelle scelte politiche «una questione personale». Anche Elon Musk, oggi tra i principali sostenitori di Trump, appariva allora più vicino a diversi ambienti progressisti. Jeff Bezos, dal canto suo, nel 2016 aveva definito Trump «un pericolo per la democrazia».
Eppure, nel giro di pochi anni, lo scenario è cambiato radicalmente.
L’inaugurazione del secondo mandato di Trump ha segnato la prima manifestazione ufficiale di una nuova alleanza tra potere politico e oligarchia hi-tech. Tra i presenti figuravano i vertici di Apple, Google e TikTok, oltre a Jeff Bezos e a Elon Musk. Un segnale chiaro: l’élite tecnologica statunitense, e in particolare i suoi miliardari, ha scelto di allinearsi al nuovo centro del potere.
Dopo la vittoria elettorale di Trump, infatti, Zuckerberg ha lavorato attivamente per rientrare nelle grazie del nuovo presidente: Meta ha ridimensionato i propri sistemi di fact-checking, una richiesta storica dell’universo MAGA, che li considera strumenti politicamente “di parte”.
Musk ha compiuto un passaggio ancora più netto: ha investito circa 250 milioni di dollari nella campagna di Trump, diventandone uno dei principali finanziatori. Bezos, pur mantenendo un profilo più defilato, si è progressivamente allontanato dalle critiche esplicite del passato.
Il rafforzamento del legame tra Trump e gli oligarchi tecnologici si riflette anche nella composizione del potere esecutivo. Se già nel primo mandato Trump aveva formato il gabinetto più ricco della storia del Paese, il suo secondo esecutivo alza ulteriormente l’asticella: in ben sedici provengono dai vertici assoluti della piramide economica, in molti vengono dal settore HiTech.
In pochi anni, l’industria tecnologica è passata dalla diffidenza alla convergenza strategica. Non per affinità ideologica, ma per necessità di potere.
Carthago 2.0: una minaccia alla democrazia?
Negli ultimi dieci anni, il tentativo di contenere il potere delle grandi piattaforme tecnologiche è diventato una questione centrale nel dibattito politico e pubblico statunitense. Non si tratta più soltanto di concorrenza o innovazione, ma di potere. Come già evidenziato in un rapporto del 2023 della AINowInstitute, l’intelligenza artificiale non è un semplice progresso tecnologico: è, prima di tutto, un processo di concentrazione del potere nelle mani delle Big Tech. L’intelligenza artificiale si innesta infatti su dinamiche preesistenti.
Per decenni, queste aziende hanno accumulato capitali, visibilità e progetti; oggi accentrano anche dati, capacità computazionale e infrastrutture. Non per un disegno sociale o democratico, ma seguendo logiche di mercato e necessità tecnologiche proprie. Il risultato è che poche imprese private sono diventate indispensabili per il funzionamento stesso delle società digitali. Questa concentrazione ha conseguenze profonde. Le Big Tech sono oggi in grado di modellare gli ecosistemi informativi da cui le democrazie dipendono per prendere decisioni collettive.
Un recente rapporto di Demos ha analizzato i rischi che questa dipendenza comporta per le catene di approvvigionamento informativo del Regno Unito, ma il problema è strutturale e globale. Il magazzinamento, il trasporto e l’elaborazione dei dati — soprattutto a livello di infrastrutture digitali internazionali — sono ormai quasi interamente nelle mani di soggetti privati. È da qui che deriva il loro potere reale. Gli oligarchi digitali controllano allo stesso tempo ricchezza personale estrema e infrastrutture di comunicazione e controllo. Non si limitano a operare all’interno delle istituzioni: praticano una vera e propria institutional entrepreneurship, adattando le strutture di governance ai propri interessi e concependosi come élite naturali, se non addirittura elette.
La centralizzazione di Internet è misurabile. Studi sul traffico dati mostrano come una quota enorme delle comunicazioni globali passi attraverso un numero ristrettissimo di attori. A livello internazionale, circa dieci grandi provider di hosting gestiscono la maggior parte dei dati. Nel cloud computing, Google, Amazon e Microsoft da soli rappresentano circa il 68% del mercato globale.
Una concentrazione economica e politica rapidissima, che assume sempre più le forme di una monopolizzazione. Questo potere infrastrutturale si traduce in leva politica. Gestire cloud, flussi di dati e sistemi di AI consente alle Big Tech di esercitare un’influenza crescente sugli Stati stessi. Non sorprende che miliardari come Musk intervengano direttamente nei processi informativi — dalle “note della comunità” su X alle scelte sui sistemi di moderazione — o che modelli di intelligenza artificiale sollevino interrogativi sull’uso discriminatorio del linguaggio. Né che gli interessi transnazionali di questi fattori incidono sui processi elettorali ben oltre i confini nazionali.
Per analisti e watchdog, siamo a un punto di svolta. Il modo in cui i decisori politici risponderanno all’industria dell’AI e delle piattaforme scriverà i prossimi capitoli della storia del potere tecnologico.
La nuova Carthago 2.0 non è solo una questione statunitense né un problema legato a Trump: è una minaccia sistemica alla democrazia. Opporsi all’oligarchia digitale non significa opporsi al progresso. Significa sottrarre lo sviluppo tecnologico al controllo di pochi e lavorare affinché il digitale, l’AI e le infrastrutture dell’informazione siano accessibili, governabili e realmente al servizio di tutti.



