♀️🖱️Gender.exe (ep.1):
patriarcato e resistenze nel cyberspazio - Estera, TecnoLeviatano #7
Genere e tecnologia: disuguaglianze e resistenze nello spazio digitale
Enrico la Forgia, responsabile newsletter; Rachele Reschiglian, ricercatore
Quando Internet è passato da infrastruttura militare a spazio digitale accessibile al pubblico, molti ne hanno intravisto le potenzialità democratiche. Nei primi anni del web, diversi ambienti accademici e intellettuali hanno descritto la rete come uno spazio libertario e aperto, capace di diffondere conoscenza e ridurre le gerarchie sociali. Si parlava di vere e proprie utopie digitali.
Tre decenni dopo, la visione è molto più complessa. Il web resta un catalizzatore di opportunità, ma è anche uno spazio in cui le disuguaglianze sociali vengono riprodotte e amplificate.
Fattori come identità di genere, orientamento sessuale, classe sociale, cittadinanza, Paese di residenza e livello di istruzione influenzano l’accesso alla rete e il modo in cui le persone la vivono. Anche online, donne e persone queer si confrontano con dinamiche machiste e misogine già presenti nelle nostre società.
I dati confermano questa tendenza. Secondo la GSMA (Global System for Mobile Communication Association), accedere a Internet o possedere uno smartphone è ancora più difficile per le donne rispetto agli uomini, alimentando quello che viene definito digital divide. Il divario è particolarmente evidente nei Paesi del Sud globale, dove nel 2024 la differenza nel possesso di telefoni cellulari tra uomini e donne è stata dell’8%. Tuttavia, anche il mondo occidentale non è immune: secondo il Gender Gap Report, nel 2023 il 70% degli uomini possedeva uno smartphone con accesso a Internet, contro il 65% delle donne.
In molti casi, anche quando l’accesso esiste, l’autonomia digitale è limitata. Secondo l’UNESCO (2019), molte donne utilizzano dispositivi appartenenti a familiari o partner maschi, con minori possibilità di sviluppare competenze digitali fondamentali per informarsi, esprimersi e formarsi. Il problema non riguarda solo l’accesso alla tecnologia. Secondo l’International Telecommunication Union, il 58% delle ragazze minorenni in uno studio condotto in 31 Paesi ha subito violenze verbali o psicologiche online prima dei 18 anni.
La storia di Internet, quindi, riflette molte delle dinamiche del mondo offline: esclusione, gerarchie e violenza di genere. Ma, come spesso accade, dove esistono queste strutture emergono anche forme di resistenza e controcultura.
Il Web 2.0 come strumento di riproduzione patriarcale e miccia dei cyber-femminismi
Secondo diverse studiose e attiviste femministe, il passaggio dal web 1.0 (nascita e affermazione del World Wide Web, 1990-2004 circa) al web 2.0 (dalla “Web 2.0 Conference”, 2004) ha segnato una svolta decisiva nella proiezione patriarcale nel cyberspazio. Nei decenni precedenti, molte forme di esclusione delle donne dal mondo tecnologico venivano costruite a livello istituzionale. Un esempio sono le programmatrici che durante la Seconda guerra mondiale contribuirono allo sviluppo di algoritmi e macchine computazionali senza ricevere riconoscimento pubblico. Da un lato, il cyberspazio comincia a presentare le dinamiche di esclusione patriarcale della nostra società (a livello di accessibilità, come menzionato) e a riprodurne le forme di violenza, ma online. Dall’altro, però, il cyberspazio diviene luogo di rivendicazioni, informazione e controcultura.
Con l’avvento dei primi spazi online aperti al pubblico “comune”, la forma anonima di partecipazione lascia spazio a nuove identità nel prendere posto e rivendicare una maggiore parità. Si arriva perfino a parlare di spazio online cyberqueer, alludendo alla potenziale decostruzione dei diversi sistemi di oppressione che nel mondo offline continuano a brulicare.
Il cosiddetto web 2.0, infatti, si differenzia dalla sua versione precedente per il più alto grado di partecipazione e interazione: è la fase in cui nasce l’idea di blog e poi di social network e in cui internet si riempie di forum e della possibilità di esprimere diverse opinioni e rafforzare e costruire la propria identità. Questa dinamica si accentua con l’avvento di Facebook e dei social network, che richiedono una corrispondenza tra identità offline e identità online: la creazione di un profilo comporta l’associazione di un volto a un nome “vero” e la creazione di reti sociali che simulino quelle offline, depotenziando le possibilità di vedere internet come uno spazio “libero” dai limiti fisici.
Nonostante ciò, molti sono gli esempi di resistenza che vengono a formarsi proprio in virtù delle potenzialità di connessione, di “libertà” e di viralità che il mondo online offre. Prendendo spunto dal Manifesto Cyborg di Donna Haraway, il cyberfemminismo (termine coniato da Sadie Plant) accende proprio i riflettori sulla relazione tra cyberspazio, Internet e le diverse tecnologie, sotto una lente femminista. Andando oltre la visione femminista delle differenze (anche biologiche, tipica del femminismo della prima ondata) e abbracciando la filosofia punk, il cyberfemminismo mostra l’importanza della partecipazione anche a livello tecnico, ma non solo, di tutte quelle soggettività che fino ad allora non avevano avuto possibilità di espressione, neanche in luoghi digitali. Un esempio di resistenza cyberfemminista è stato quello delle VNS Matrix, che scrivevano codici, creavano siti web e videogiochi (come All New Gen) e partecipavano in chat room e comunità online per contribuire alla critica della società patriarcale.
Tenendo sempre a mente che gli spazi online non siano esenti dalle logiche machiste, coloniali e patriarcali, è con il cyberfemminismo 2.0 che si integra un approccio intersezionale: nuove forme di resistenza si sono sviluppate a partire da blog femminili, giochi online accessibili alle donne, fandom, social media e gruppi online di supporto alla maternità (e non solo), oltre che a spazi online per donne non occidentali.
Con l’avanzare delle tecnologie e il progressivo abbandono di blog e forum, il cyberfemminismo si è evoluto nel networked feminism. Si tratta di una forma di femminismo che utilizza i social network e le loro logiche come piattaforme per diffondere conoscenze e creare reti. Un esempio è “My Voice, My Choice”, una campagna che ha dato grande visibilità alla resistenza online – ma anche offline – per chiedere l’accesso all’aborto sicuro per tutte le persone in Europa. La mobilitazione è stata possibile grazie all’uso di Instagram, petizioni e crowdfunding online.
Negli ultimi anni, però, il femminismo in rete ha ricevuto diverse critiche. Alcune riguardano il fatto che questo approccio sia diventato sempre più vicino a una visione neoliberista ed escludente.
Quando Internet accentua forme di machismo: Manosfera e Redpillati, AI e Grok e AI-girlfriends
L’altra faccia di Internet, invece, si mostra prepotentemente sotto forma di machismo 2.0: la manosphere (manosfera, maschiosfera o androsfera) e tutto il filone di violenza di genere esploso con l’accesso pubblico alle Intelligenze Artificiali.
Se con il web 2.0 fiorisce il cyberfemminismo come risposta alla riproduzione sociale patriarcale nel mondo digitale, allo stesso tempo nascono i movimenti online di resistenza al femminismo stesso - la manosfera, appunto.
Basata sul movimento per i diritti degli uomini (Men’s rights activism - MRA) in chiara opposizione al femminismo negli anni Settanta e Ottanta, la manosfera nasce come insieme di siti, blog, forum in cui discussioni sulla maschilità e vari sentimenti di misoginia trovavano spazio online e nuove personalità di riferimento (si veda il caso di Andrew Tate, ex kickboxer e influencer misogino accusato di sfruttamento sessuale). Se prima era relegata a frange estremiste (di destra), è solo nei primi anni Dieci del Duemila che la manosfera viene consacrata a fenomeno mainstream.
Gli abitanti di questo spazio hanno le forme più diverse: dagli Attivisti dei diritti degli uomini (MRA) agli Incels (“celibi involontari”), dai Pick-Up Artists (“artisti del rimorchio”) ai Men Going Their Own Way (MGTOW). Nonostante questi gruppi spesso siano in conflitto tra loro sulla base dei diversi credo, tutti si riconoscono nella metafora della pillola rossa di Matrix. Loro sono i cosiddetti Redpillati (Redpill), ovvero chi ha scelto di vedere la “verità del sistema”: una società influenzata dal femminismo, che promuove misandria (odio verso gli uomini). Tra i gruppi di Redpillati, circolano spesso simili teorie del complotto - che vedono le donne come manipolatrici, opportuniste e repressive - che continuano a rinforzare fenomeni di violenza e odio verso le donne e altre soggettività.
Lungi dall’essere distanti dalla nostra quotidianità, possiamo notare come fenomeni simili siano presenti anche in spazi online che frequentiamo ogni giorno: dal classico “gruppo calcetto” su whatsapp tra compagni, alle diverse sezioni di commenti su Facebook e Instagram.
Non possiamo dimenticarci che attraverso le nuove tecnologie, quali le Intelligenze Artificiali (AI) - ChatGPT, Claude e Grok -, si siano affermati nuovi modi per perpetrare misoginia e machismo.
Le possibilità di questi mezzi hanno dato luogo a diversi fenomeni, come quelli di creazione di deepfake sessuali, svestimenti digitali di corpi di donne e minori non consensuali - tramite l’utilizzo senza consenso dei contenuti pubblicati sui social dalle vittime. Sicuramente il caso più eclatante è stato Grok, chatbot di proprietà di Elon Musk attivo su X, su cui anche l’Unione Europea si è espressa tramite un’indagine fatta dalla Commissione per la Protezione dei Dati.
Un altro caso è dato dalla presenza sempre più comune di AI-girlfriends (e AI-boyfriends), ovvero chatbot usati dagli utenti per creare compagne virtuali che siano sempre disponibili, miti e che non mettano mai in discussione (e in crisi) forme consolidate di maschilità e relazionalità. In particolare, questo fenomeno si fonda proprio sulla natura stessa dell’AI e dei suoi bias intrinsechi, generando forme di conferma della propria realtà, senza porre un freno a continue riconferme del proprio sistema di credo (spesso machista e patriarcale).
Con Gender.exe, la nuova serie di Estera – TecnoLeviatano dedicata alle lotte di genere nel cyberspazio, vogliamo provare a raccontare e analizzare queste dinamiche: dalle disuguaglianze digitali alle forme di resistenza che nascono online. L’obiettivo è contribuire a una maggiore consapevolezza collettiva su come tecnologia, potere e genere si intrecciano nello spazio digitale.
Questo primo articolo offre una panoramica generale del tema. Nelle prossime settimane seguiranno un’intervista con un’esperta e un caso studio scritto dal co-curatore della serie, Rachele Reschiglian.



