револт (Rivolta)
viaggio alla scoperta delle piazze serbe - Estera, Speciale Serbia
La lunga scia della rivolta: le piazze serbe parlano anche a noi
Enrico la Forgia, responsabile newsletter
Primo novembre 2024, Novi Sad, Serbia, ore 11:52.
Una pensilina in cemento armato della fermata del bus, fresca di ricostruzione, crolla uccidendo 15 persone. Un’immensa tragedia accolta da tutta la società serba con cordoglio, prima, rabbia in un secondo momento, quello delle rivendicazioni e delle proteste.
La pensilina era infatti stata recentemente ricostruita da un consorzio al quale partecipavano diverse aziende cinesi ma anche alcune serbe. Queste ultime, considerate vicine al partito di governo (SNS - Partito Progressista Serbo) del Presidente Aleksandar Vučić sono rapidamente diventate il simbolo della corruzione del capo di Stato e del sistema clientelare che ha costruito in tredici anni al potere - dal 2012 ad oggi, Vučić è stato per due anni ministro, per tre premier e, dal 2017, Presidente. Come facile aspettarsi, nei giorni successivi al crollo nessuna indagine è stata aperta. Nessun arresto effettuato, nessuna responsabilità presa.
“La corruzione uccide, le vostre mani sono sporche di sangue”. Con questo slogan, semplice e chiaro, decine di migliaia di persone - soprattutto studenti ma anche altre componenti della società - hanno iniziato a protestare pacificamente contro il sistema di potere di Vučić, effettuando blocchi stradali dalla durata di 15 minuti. Un minuto per vittima.
Ci vogliono alcune settimane e Tomislav Momirović, ex ministro dell’Edilizia ed attuale ministro del Commercio, uomo chiave nel sistema di potere di Vučić, si dimette. Ovviamente non basta, troppo facile trovare una testa da far cadere e poi tornare alla normalità. Il malcontento, la rabbia e le proteste sono ormai dilaganti, e agli studenti si uniscono anche alcuni professori. Aumentano anche gli arresti e gli episodi di repressione da parte delle autorità. Forse, però, è già troppo tardi.
Sabato dopo sabato - questo il giorno scelto dagli studenti per manifestare - decine di migliaia di persone inondano Belgrado e le principali città del Paese per prendere le strade e dare voce al dissenso.
Il 22 dicembre, la capitale assiste a una marea di 100 mila persone, una delle più grandi manifestazioni della storia della Serbia (poi superata di gran lunga) tra cui figurano importanti sigle della società civile, a partire dai sindacati. Viene annunciato uno sciopero generale per il 24 gennaio. Decine di categorie aderiscono ufficialmente, dagli avvocati ai commercianti, del settore Hi Tech all’imprenditoria, passando per i minatori e gli operatori delle ONG.
Il 27 gennaio viene bloccato lo snodo autostradale di Belgrado, il principale del Paese, mentre alcuni gruppi di studenti vengono aggrediti da picchiatori successivamente identificati come persone vicine al primo ministro Miloš Vučević e il sindaco di Novi Sad Milan Đurić, poi dimissionari.
L’aggressione intimidatoria non sortisce gli effetti sperati e nuove manifestazioni vengono indette, ma non solo.
La reazione della società serba è generale e generalizzata contro qualsiasi autorità collusa col governo. Nella Serbia occidentale, centinaia di contadini interrompono un’udienza a porte chiuse che avrebbe dovuto stabilire il piano di sfruttamento delle risorse di litio nell’ovest del Paese. Il presidente locale dell’SNS viene trascinato fuori dal municipio e viene organizzata una plenaria in sostegno delle richieste degli studenti.
A poco servono le manifestazioni filo-governative architettate dalle istituzioni del Paese - capaci di spendere soldi pubblici per “importare” manifestanti dai territori a maggioranza serba della confinante Bosnia-Erzegovina o per pagare gli studenti della “protesta di chi vuole continuare a studiare” del 15 marzo -, in pochi mesi le proteste degli studenti sono diventate un movimento di massa in cui si incontrano le richieste di diverse componenti della società serba.
In tutto ciò, se da un lato le proteste hanno suscitato sollevazioni e attirato solidarietà anche in altri Paesi dell’area; dall’altro non sorprende vedere l’Unione Europea “allineata” a Russia e Cina nel sostegno al presidente Vučić. Da decenni, e non solo, Bruxelles ha adottato la linea politica che premia la stabilità dei propri partner extracomunitari, a discapito di trasparenza, libertà civili, democrazia. Si parla di controllo dei flussi migratori, di risposta all’influenza russa nella regione e del già menzionato litio, minerale raro che fa sempre più gola alle industrie delle grandi potenze globali.
Ed è proprio per questo, per questa discrepanza tra valori dichiarati e politiche reali (con tanto di effetti sulla narrazione degli eventi da parte dei media), che abbiamo deciso di uscire con “револт (Rivolta)”, un numero di Estera dedicato interamente alle proteste degli ultimi mesi in Serbia. Eccezion fatta per questa introduzione poco ambiziosa e mirante a fornire una sorta di cronologia, in questo numero di Estera troverete solo contributi di collaboratori e collaboratrici estern* con pregresse esperienze sul campo, sviluppate in diversi settori.
Abbiamo preso questa scelta perché - come sempre quando si tratta di proteste e dissenso - è sempre più opportuno dare spazio alle voci e alle analisi di chi conosce capillarmente contesti e realtà coinvolte negli eventi piuttosto che a penne e megafoni di regimi o istituzioni schierate (come quelle europee).
Speriamo vivamente che questo numero vi apra porte e fornisca strumenti per analizzare con più coscienza ciò che sta accadendo vicino a noi, sull’altra sponda dell’Adriatico, ma che viene descritto faziosamente, a farlo sembrare distante.
Car* lettori e lettrici, benvenut* nelle piazze serbe.
Le tappe del numero
In questo numero di Estera troverete:
🗣️ Il reportage dalle piazze di Belgrado del 15 marzo scorso scritto da Camillo Cantarano, giornalista.
🏞️ L’analisi di Aida Kapetanović, ricercatrica, sul ruolo delle lotte ambientali nella mobilitazione degli ultimi mesi.
🗳️ In chiusura, Marko Pajović, ricercatore e voce sul campo, scrive della natura apolitica del movimento studentesco.
Buona lettura,
Il 15 marzo: le idi di Vučić?
Camillo Cantarano, giornalista
300.000 persone in marcia. L’enorme folla riunita nelle strade di Belgrado è il risultato della scommessa fatta dai gruppi degli studenti serbi sei mesi fa, dopo il crollo di una pensilina a Novi Sad. Siamo nella Vojvodina, nord della Serbia. La mattina del primo novembre è una mattinata come tante per Teodora Gracanin, che lavora al chiosco fuori dalla stazione.
“Era un giorno come gli altri, con il solito rumore di stazione. Quando all’improvviso ho sentito un suono forte, come quello di una bomba, e poi di nuovo silenzio”. Il silenzio si porta dietro la vita di 16 persone: l’ultima vittima morirà poco dopo la manifestazione. Si tratta di un diciottenne, che se ne andrà il 21 marzo, dopo mesi di agonia.
Ma la reazione del governo è abbastanza tiepida: pur rispettando il dolore delle famiglie delle vittime, si rifiuta di desecretare i documenti dell’appalto concesso agli enti cinesi CRIC e CCRC, che avevano rinnovato la stazione nei due anni precedenti. “La pensilina non era compresa nei lavori”, sarà il laconico commento dell’ente ferroviario serbo.
Seguiranno le prime proteste, l’aggressione agli studenti nella facoltà di arti drammatiche del 22 novembre e l’occupazione delle università. Nel mentre, nascono le quattro richieste al Governo, stella polare del movimento: desecretare i documenti degli appalti; amnistia per le persone arrestate e detenute durante le proteste; indagini su chi ha aggredito gli studenti; aumento del 20% dei fondi stanziati per le università pubbliche. Nasce nel mentre un’alleanza inedita tra studenti, docenti e amplissimi settori della società civile.
Un aumento delle dimensioni delle proteste che raggiunge il suo culmine il 15 marzo. Belgrado è una città in subbuglio: a ogni angolo ci sono persone con fischietti e spille per supportare la protesta. Le occupazioni nelle università proseguono a gonfie vele: gli occupanti vengono riforniti di cibo, coperte e altri beni di prima necessità dai cittadini comuni. Sanno che gli serviranno, dal momento che sono previste in città almeno 80.000 persone, cifra stimata da Vučić.
La mattina del 15, nel grande corteo di Trg Republike (piazza della Repubblica) ci sono studenti, reduci delle guerre balcaniche, cristiani ortodossi, trattoristi e semplici curiosi. “Siamo molto fortunati che ci siano i sacerdoti ortodossi”, mi dice Uroš, un trentenne che partecipa alla manifestazione. “All’inizio i religiosi erano contro la nostra protesta. Ci vedevano come un mezzo di influenza straniera, ma adesso le cose sono cambiate”.
Foto di Camillo Cantarano
In effetti, a vedere la manifestazione, la parola chiave è “eterogeneità”: ci sono gruppi europeisti (anche se non ci sono bandiere dell’Ue), che sperano che Bruxelles faccia pressioni su Vučić per convincerlo a dimettersi e per indagare sull’incidente. Ma anche moltissimi ragazzi con le bandiere “Kosovo je srce Srbije” (Il Kosovo è il cuore della Serbia) e con le mani a forma di tre, controverso gesto che simboleggia l’unità del Paese. Diversi striscioni richiamano le idi di marzo, il giorno dell’assassinio di Giulio Cesare (15 marzo del 44 a.C.), forse anche sopravvalutando la caratura politica di Vučić.
La tensione si può tagliare col coltello, però: nella marcia verso il Parlamento, i manifestanti vengono tenuti sott’occhio dagli studenti pro-Governo, i cosiddetti Ćaci, accampati nel centralissimo Pionirski Park. Inoltre, il media filogovernativo Informer.rs, solo la sera prima, ha diffuso un audio di alcuni studenti di Novi Sad, che invitano i loro colleghi a prepararsi a una guerriglia urbana. E Vučić, in risposta, si è detto pronto a fare tutto ciò che è in suo potere per ripristinare l’ordine, in caso di violenze.
Ma le violenze non ci sono da parte degli studenti, anzi: verso le 6 di sera, cominciano a esplodere alcuni ordigni dall’interno di Pionirski Park. Malgrado gli inviti alla moderazione da parte degli studenti, gli animi iniziano a scaldarsi. Meno di un’ora dopo, una folla inizia a correre verso gli studenti: si scoprirà che sono i loro stessi colleghi, messi in fuga da un’arma sonora, che emette suoni ad alta frequenza fino a 300 volte la soglia del dolore umano.
“Abbiamo capito che non potevamo più garantire una protesta pacifica, e quindi abbiamo avvisato la gente che la manifestazione si chiudeva lì”, mi dice due giorni dopo Aleksandra Nikolić, studentessa di giurisprudenza dell’università di Belgrado. Lei e la sua collega Milica Susić mi fanno capire che la protesta continuerà, una volta che gli studenti avranno recuperato le energie: ne sono una testimonianza le assemblee che gli studenti stanno organizzando ora nei centri urbani minori, la cui opinione pubblica è tendenzialmente più in linea con il governo.
Il governo, nei giorni seguenti, negherà la presenza di un’arma simile nel proprio arsenale. Ma successivamente il ministro dell’Interno dirà che in effetti la Serbia possiede delle LRAD, che non ha mai utilizzato. Ma ci saranno profonde conseguenze politiche: due ministri del governo Vučević si sono dimessi all’indomani delle proteste; inoltre, il 4 aprile (giornata dello studente) gli studenti hanno aggiunto una quinta domanda, un’investigazione sui fatti del 15 marzo.
Allo stesso tempo, è aumentata la pressione di Vučić sulla comunità accademica, prima sospendendo la maggioranza degli stipendi ai docenti (una mossa che probabilmente sarà annullata per ragioni legali) e poi minacciando di arrestare il rettore dell’università di Belgrado, se le occupazioni alle università non saranno tolte. Inoltre, nell’incontro del 26 marzo con Vučić, la presidente della Commissione europea Von der Leyen e il presidente del consiglio Antonio Costa hanno mostrato una inaspettata apertura al presidente della Repubblica serba.
Quel che resta è un clima di profonda incertezza: la protesta non potrà continuare per sempre in questa forma, ma allo stesso tempo Vučić rischia di restare isolato in un contesto in cui il suo consenso personale e quello per il suo partito sono in calo costante.
Una luce nell'oscurità: dalle lotte ambientali alle proteste studentesche, la Serbia ispira la regione
Aida Kapetanović, ricercatrice in Sociologia e Scienza Politica
Le proteste studentesche scaturite dal crollo della pensilina della stazione di Novi Sad sono riuscite a far convergere il dissenso di diversi strati della popolazione. Come ha fatto un movimento nato a partire da studenti e studentesse a risuonare in molteplici ambiti della società serba? Nonostante l’autoritarismo e la corruzione che hanno segnato i 13 anni di governo di Aleksandar Vučić – o proprio a causa di essi – negli ultimi anni lotte territoriali e mobilitazioni sociali sono nate da istanze diverse che si possono accomunare nell’opposizione alle politiche governative.
Dalle mobilitazioni ambientaliste alle proteste contro la violenza, un malessere diffuso si è riversato nelle piazze, rompendo l’apatia e costruendo i pezzi di un mosaico di opposizione sociale ampio ed eterogeneo. Gettando le basi per le proteste attuali, le esperienze passate hanno contribuito anche al rifiuto del percorso istituzionale tentato invece da alcuni leader dei movimenti precedenti.
A partire dal 2017, nei villaggi della Stara Planina, una catena montuosa a sud-est del Paese, che fa da confine naturale con la Bulgaria, le comunità locali si sono opposte a progetti di cosiddette mini-idrocentrali. Nell’ambito dell’Agenda Verde Europea, il governo serbo ha sovvenzionato oltre 800 progetti di mini-idrocentrali in tutto il Paese, garantendo prezzi maggiorati per la poca energia elettrica prodotta da impianti ad acqua fluente che dirottano l’acqua direttamente dal bacino del fiume, arrecando gravi danni ambientali.
Nel gennaio 2018, 39 Comunità Locali, strutture di autogoverno di un comune, hanno fondato un’associazione per opporsi alla minaccia di questi progetti sulla Stara Planina commissionati dal Comune di Pirot. Le lotte territoriali sono partite da Temska, uno dei villaggi più grandi, raggiungendo anche quelli più remoti, come Topli Do, dove gli abitanti hanno organizzato un presidio di guardia al loro fiume, cacciando via l’investitore e i suoi sgherri.
Le comunità locali, sostenute da attivisti ed esperti provenienti da tutto il Paese, hanno dato vita al movimento “Difendiamo i Fiumi della Stara Planina”. Le proteste contro le idrocentrali hanno raggiunto Belgrado, coinvolgendo numerose altre lotte territoriali, attivisti, accademici e studenti, uniti nella lotta per la difesa dell’acqua, dell’aria e della terra. Ad aprile 2021 si è svolta la prima di una serie di “Rivolte Ecologiste” contro l'inquinamento, la devastazione ambientale e i progetti estrattivisti finanziati dal governo in nome del capitalismo verde. Tra questi, il progetto di estrazione di litio da parte della multinazionale Rio Tinto, che ha visto l’opposizione degli abitanti della fertile Valle dello Jadar, nella Serbia occidentale, che hanno guidato proteste di massa a Belgrado davanti alle sedi del governo e di Rio Tinto.
Tra dicembre 2021 e gennaio 2022, i manifestanti hanno organizzato una serie di blocchi delle principali strade della Serbia, contro l’apertura di miniere di litio e una proposta di legge sugli espropri delle terre per progetti di interesse statale. Da quel momento, comunità rurali dei luoghi più remoti della Serbia si sono imposte al centro della vita politica del paese.
Fino ad allora marginalizzate, stigmatizzate per il loro tradizionalismo e supposto conservatorismo, ed escluse dall’attivismo della cosiddetta “società civile”, si sono unite ad ambientalisti, esperti ed accademici per dare voce e argomentazioni scientifiche alle loro istanze. In concomitanza con le mobilitazioni studentesche, la battaglia contro le miniere di litio prosegue, mentre a Bruxelles si discute l’inserimento della Serbia nei progetti strategici per la fornitura delle cosiddette materie prime critiche.
Un altro precedente che ha contribuito a creare un terreno fertile per le attuali proteste studentesche si può identificare nel ciclo di mobilitazioni avvenute in seguito alla sparatoria del maggio 2023 da parte di un giovane ragazzo in una scuola di Belgrado. Nei mesi successivi, decine di migliaia di persone sono scese in piazza ogni fine settimana. Il dolore e il lutto per il massacro si sono trasformati in rabbia diretta nei confronti del governo e dei media di regime, ritenuti responsabili del clima di odio e di violenza diffuso nella società.
Uniti dallo slogan “la Serbia contro la violenza”, per settimane hanno chiesto la sostituzione dell’organo di gestione della radiotelevisione pubblica, la chiusura di reality show e tabloid che danno spazio a figure criminali e violente e le dimissioni del ministro degli Interni, del direttore dei Servizi segreti e del ministro dell’Istruzione. Già allora, i manifestanti esprimevano la necessità di fermare una “normalità” diventata inaccettabile. Già allora, nelle piazze si iniziava a costruire la solidarietà e l’empatia come antidoto alla violenza sistemica, come speranza per una Serbia più sicura e più giusta da lasciare alle nuove generazioni.
Questa stessa empatia, solidarietà e amore caratterizzano le piazze a guida studentesca che da cinque mesi stanno bloccando il Paese. Alla corruzione delle istituzioni, agli insulti da parte dei rappresentanti del governo e dei media filogovernativi, alle violenze da parte della polizia e dei picchiatori pro-regime, i manifestanti stanno rispondendo con piazze inclusive e piene di solidarietà, in cui sfilano fianco a fianco studenti ortodossi e musulmani, in cui le organizzazioni territoriali delle zone rurali cucinano pasti per le diverse prescrizioni alimentari religiose. Le camminate chilometriche di studenti e studentesse hanno attraversato le zone rurali e più remote del Paese, con lo scopo di riconnettere il tessuto sociale serbo. Hanno raggiunto le porte delle case di famiglie e persone anziane sole e marginalizzate, dove hanno ricevuto cibo, acqua, ospitalità, portando abbracci e “una luce nell’oscurità”1.
Oltre a superare le differenze sociali, generazionali e religiose, questa solidarietà sta superando i confini nazionali, dilagando nella regione. In molte città dell’ex Jugoslavia, i giovani hanno organizzato proteste di solidarietà nei confronti degli studenti serbi. Traendo ispirazione da loro, alcuni di questi sono scesi in piazza contro le istituzioni corrotte, che traggono profitto a discapito delle vite dei cittadini. In Montenegro, gli studenti hanno dato il via a una serie di proteste chiedendo giustizia e responsabilità alle autorità dopo il massacro di 13 persone a Capodanno a Cetinje.
In Bosnia ed Erzegovina, lo scorso febbraio studenti e studentesse hanno indetto una manifestazione sotto il Parlamento di una delle due entità, denunciando le responsabilità e l’inazione delle istituzioni di fronte alle inondazioni dell’ottobre 2024, che hanno causato la morte di 27 persone. In Macedonia del Nord, l’incendio di una discoteca costato la vita a 59 giovani ha scatenato la rabbia di amici e familiari contro la negligenza delle autorità sulla sicurezza del locale.
Queste nuove generazioni, nate dopo le guerre degli anni Novanta, stanno costruendo solidarietà ed empatia oltre i confini nazionali, sfidando la propaganda nazionalista del dopoguerra. Dimostrando di appartenere a “un solo mondo, una sola lotta”2, stanno scuotendo le fondamenta di sistemi corrotti che antepongono il profitto alla sicurezza dei cittadini, aprendo la strada a un futuro nella regione, invece che doverlo inseguire altrove.
1 Riferimento alla canzone “Vatra u Mraku” (“Fuoco nell’Oscurità”) di Marko Louis e Marčelo, scritta in seguito al massacro della scuola di Belgrado e diventata l’inno delle proteste studentesche.
2 Slogan utilizzato dagli studenti di Zagabria e di Sarajevo a sostegno delle proteste studentesche in Serbia.
Tutto il potere ai plenum: le rivolte studentesche in Serbia come laboratorio democratico del futuro
Marko Pajović, ricercatore
Nel quarto mese di proteste e occupazioni in Serbia, innescate e guidate da studenti e studentesse, sulla pagina di un profilo social collegato ai manifestanti è stato pubblicato un post che riassume lo spirito della protesta: "stiamo lottando per costruire un sistema mai visto prima nel mondo. Non abbiamo nessuno a cui ispirarci".
In questo mondo privo di modelli da seguire, la crisi climatica e ambientale è un problema marginale, mentre la corsa al riarmo è prioritaria e normalizzata. In questa linea temporale, le più potenti figure politiche del nostro tempo sembrano caricature uscite da un reality show, non leader. Istigano rabbia e confusione, creano personali verità da imporre al pubblico.
La classe politica della Serbia non ha soltanto seguito questa moda, ne ha fatto la propria identità creando un ecosistema perverso dove a emergere non sono le competenze migliori, ma la lealtà servile a un partito e ai suoi capi. Questa assenza di idee e responsabilità ha aumentato la sfiducia, assopito le coscienze e assicurato un'esistenza confortevole a élite politiche interessate solo ad assicurarsi posizioni di potere e privilegio. Poi la situazione gli è sfuggita dalle mani.
Grazie a un’incredibile e quasi spirituale intuizione, la comunità studentesca auto-organizzata, senza capi o tessere di partito, ha preteso un cambio di passo. Quella che era nata come una semplice protesta per il crollo letale di una tettoia è presto diventata la più grande ondata di mobilitazioni civiche mai vista nella storia della Serbia. A differenza di altri movimenti del passato però, questo è deliberatamente apolitico. O meglio, post-politico. Gli studenti hanno infatti tagliato da subito ogni legame con la rappresentanza studentesca istituzionale, perché collusa con i partiti di governo. Poi, hanno rapidamente rifiutato ogni alleanza con i partiti di opposizione, assicurandosi in questo modo un ampio sostegno popolare e allargando la protesta, dato che in Serbia la fiducia verso tutti i partiti è estremamente bassa.
Inoltre, studenti e studentesse hanno contenuto abilmente l’emergere di qualunque figura ambiziosa o carrierista, interessata a far convogliare le mobilitazioni all’interno della politica istituzionale. L’organizzazione studentesca ha così mantenuto una struttura fortemente decentralizzata, affidando le proprie decisioni e linea ai plenum, assemblee di democrazia diretta dove ogni testa conta un voto. Ai loro occhi, l’attuale sistema politico istituzionale serbo non è qualcosa a cui aspirare o a cui fare riferimento, ma un qualcosa da rimodellare completamente.
Anche se studenti e studentesse stanno chiedendo agli attori politici di agire ( seppur entro i loro limiti costituzionali), qualcosa di più profondo sta prendendo forma. Trasparenza delle indagini sul crollo del 1 novembre 2024, conseguenze penali per i responsabili, amnistia per gli studenti arrestati durante la prima ondata di proteste e aumento dei fondi per l'istruzione.
Se soddisfatte, queste richieste potrebbero arrestare le proteste e rientrare nell’attuale processo politico istituzionale. Tuttavia, ciò non accadrà: comporterebbe il crollo dell’intera catena di comando dell’attuale partito di governo. Per questo motivo, le istanze studentesche rappresentano anche un rifiuto dell’intero sistema politico istituzionale vigente oggi in Serbia. Non solo del partito di governo, ma dell’architettura stessa della politica rappresentativa, che è diventata un simbolo globale di polarizzazione.
In tal senso, gli studenti non solo resistono, ma stanno prototipando. Senza fare riferimento all'ideologia, stanno praticando una forma di autogoverno radicata nella storia della Serbia stessa: l'esperimento jugoslavo del samoupravljanje (autogestione). Nella Jugoslavia socialista, ai lavoratori e alle comunità veniva concesso un controllo limitato su fabbriche, scuole e istituzioni attraverso consigli nominati tramite elezione diretta. Sebbene imperfetta e spesso limitata dalla supervisione del partito, l'idea era audace: le persone dovrebbero governare gli spazi che abitano. Gli studenti partecipavano ai consigli universitari; i lavoratori gestivano assemblee per prendere decisioni sui loro luoghi di lavoro. Era, con tutte le sue contraddizioni e il fallimento finale, un tentativo di umanizzare il socialismo attraverso una democrazia partecipativa decentralizzata.
I plenum di oggi richiamano questa eredità ma non da un punto di vista nostalgico. È una memoria collettiva delle persone che vivono nella regione balcanica, che richiama una conoscenza immagazzinata in tempi di bisogno. Senza un leader di cui fidarsi, senza una istituzione su cui appoggiarsi, gli studenti si sono rivolti l'uno all'altro. Gestiscono logistica, strategia, comunicazione e sicurezza attraverso gruppi di lavoro. Dibattono e votano in forum aperti. Coordinano azioni a livello nazionale.
In soli quattro mesi questa chiamata all'azione ha mostrato più promesse di dieci anni di lavoro (spesso impotente in partenza) dell'opposizione: quando i partiti avanzano le loro richieste, queste appaiono ai più come numerose e contorte. Gli studenti, invece, ne chiedono quattro, moralmente chiare. Quando le opposizioni hanno nominato i loro candidati per i ruoli governativi, sono riusciti a discutere su qualsiasi cosa, anche la più insignificante. Gli studenti invece non tollerano leader incapaci. Quando hanno chiamato il popolo nelle strade, i discorsi dei leader politici sembravano vuoti, dall’inutile retorica. Gli studenti, invece, cantano in coro o chiedono un silenzio catartico.
Quando l'opposizione ha organizzato le manifestazioni, il massimo dell'innovazione era camminare in cerchio nel centro città. Gli studenti hanno camminato da città a città, non solo da strada a strada. Hanno ispirato la gente localmente; città più piccole come Šabac o Bogatić hanno già formato le loro assemblee, e venerdì 4 aprile hanno deciso di intraprendere il lungo viaggio che, pedalando, li porterà fino a Strasburgo per raccogliere sostegno dall’estero - soprattutto da un’Unione europea troppo spesso ambigua (a essere gentili) nei confronti del governo.
Durante tutti questi brillanti successi e le emozioni suscitate tra i cittadini, il regime ha cercato di inquadrare gli studenti nella stessa categoria dei loro precedenti oppositori. Esporre, cooptare o schiacciare i leader è il loro sogno. Ma i giovani intelligenti non vogliono entrare in quel tipo di ring. È sporco e scivoloso, l'avversario indossa guanti di gesso e gli arbitri sono corrotti. Gli studenti stanno giocando il loro gioco e non accettano regole stabilite da altri.
Nel rifiutarsi di essere assorbiti nel binario geopolitico Est-Ovest, nel rifiutare i partiti politici e nel costruire qualcosa di reale dal basso, gli studenti serbi potrebbero indicare una nuova forma di politica, basata sulla pratica. In un mondo che sembra sull'orlo del conflitto, ci stanno ricordando qualcosa che abbiamo dimenticato: le persone possono prendere decisioni da sole. La democrazia non dovrebbe essere una parola vuota usata solo per disciplinare gli impoveriti. Non è un marchio. La democrazia è esercizio. Dovrebbe essere un'abitudine. E qualcosa che possiamo migliorare sognando un mondo migliore e più giusto.
E in Serbia, per la prima volta in decenni, qualcuno finalmente si è svegliato.




