🔫🖼️Armed Aesthetics (ep.1):
gruppi armati, identità e cultura visuale - Estera, MilitiaSequi #4
Raccontare una lotta: i gruppi armati tra propaganda, ritualità e senso comunitario
Enrico Maria la Forgia, responsabile newsletter
Spesso, quando viene nominato un gruppo armato, la prima cosa che viene in mente non sono i crimini di guerra o le azioni più radicali, ma il logo, i colori, le uniformi. Succede con la grafia araba che si trasforma in un braccio che impugna un kalashnikov nel logo di Hezbollah, ma anche con la più semplice ma accattivante stella rossa a sfondo nero dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, movimento attivo nel Chiapas, in Messico.
La cosa non dovrebbe sorprendere: ogni gruppo armato, per diverse ragioni, cura il proprio lato grafico-estetico. Che sia nel manifesto di una commemorazione o in un rito, la cura dell’estetica di una milizia assicura due funzioni fondamentali: il reclutamento di nuovi membri e la creazione di un’identità comune. Bandiere, patch militari, uniformi, murales, parate militari, manifesti, sono tutti simboli e rituali in grado di favorire meccanismi di identificazione e di fusione identitaria tra individuo e gruppo.
L’elemento visuale dei gruppi armati è infatti pensato per attirare uno specifico target e allontanarne un altro. Serve, da un lato, a guadagnare legittimità verso gli individui che si vuole coinvolgere tramite una simbologia specifica, dall’altro, a dichiararsi ostili ai nemici del gruppo. Soprattutto in situazioni di conflitto armato, loghi e bandiere di milizie opposte fungono da trigger identificativo e contro-identificativo, suscitando emozioni e memorie contrapposte.
Religione e identità storica: mobilitare alleati e affiliati
L’estetica di un gruppo armato può basarsi su diversi simboli socioculturali. Può presentare chiari emblemi politici - come il Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola, nel cui logo figuravano un machete (proletariato agricolo) e un martello incrociati -, o riferimenti religiosi - come la shahada, l’atto di fede islamico, utilizzato dai Talebani come bandiera -, in ogni caso si tratta di elementi identitari. Chiunque guardi la bandiera di un gruppo armato deve capire immediatamente quali sono il suo posizionamento politico o l’identità etno-religiosa.
Già a inizio XX secolo, il sociologo francese Émile Durkheim evidenziava come, nelle situazioni di disgregazione sociale e conflitto, la solidarietà interna e la coesione di un gruppo si rinforzano principalmente tramite legami etno-religiosi. Anche il sociologo statunitense, Rogers Brubaker, decenni dopo, notò come in momenti di crisi e pericolo collettivo fosse la religione ad assumere il ruolo di marcatore identitario chiave. Significa che in periodi di tensione intercomunitaria, la religione diviene quell’elemento identitario totalizzante contrapposto agli elementi identitari totalizzanti di un’altra comunità.
Storicamente, infatti, concetti come nazionalità e comunità religiosa mobilitano con più facilità. Un esempio del coinvolgimento di simboli religiosi nella mobilitazione di gruppi armati parastatali è il primo conflitto del Nagorno-Karabakh. Nella nota regione caucasica, subito dopo la caduta dell’URSS e quindi dopo decenni di relativo laicismo sovietico, i neo-costituiti gruppi armati armeni e azeri fecero largo uso della simbologia religiosa nella propria propaganda.
Questa funzione di unità nella crisi, però, non è svolta unicamente dalla simbologia religiosa. In molti casi vi sono altri riferimenti socioculturali in grado di spingere una popolazione ad armarsi o a sostenere le politiche di una milizia.
Per rimanere nel Caucaso, tra il 1975 e il 1990 era attiva nell’area l’A.S.A.L.A (Esercito armeno segreto per la liberazione dell’Armenia), un gruppo armato che mirava alla creazione di una grande Armenia. Nella propria simbologia, l’A.S.A.L.A faceva ampio riferimento a elementi della cultura laica armena - come il genocidio o i confini geografici della grande Armenia -, lasciando in secondo piano le iconografie religiose utilizzate nei conflitti in Nagorno- Karabakh.
Bandiera dell’A.S.A.L.A, figurante i confini geografici della Grande Armenia (estesa a Turchia orientale, parte dell’Iran e dell’Azerbaijan). Wikimedia Commons, (Autore: Jove) Licenza: CC BY 4.0
Le milizie possono quindi usufruire di una vasta gamma di simbologie che non si limitano all’elemento religioso. Spesso però, come ovvio che sia, elementi religiosi e non vengono utilizzati come reciproci rafforzativi.
Nel caso dello Stato Islamico di Iraq e Siria, la simbologia utilizzata per mobilitare simpatizzanti e potenziali membri non si fermava alla sfera religiosa ma inglobava anche quella storica. Come notato da diversi analisti, infatti, il nero utilizzato nella bandiera del califfato non è solo una scelta grafica accattivante agli occhi della gioventù ma anche un riferimento storico: il nero era il colore della bandiera utilizzata sia dal Profeta Muhammad, sia dal califfato Abbaside, durante le guerre contro gli infedeli. Un richiamo quindi all’idea di continuità di una missione storica - il jihad contro l’invasore - non ancora compiuta. In tal senso si inserisce la scelta propagandistica-identitaria dell’ISIS di affiancare spesso armi antiche (come daghe e scimitarre) ad armi moderne (granate e kalashnikov).
La semantica nei riti armati: demobilitarsi senza distruggere l’identità
Se i riferimenti religiosi e storico-culturali vengono coinvolti per mobilitare in momenti di crisi, soprattutto derivanti da minacce esterne, ve ne sono altri che vengono utilizzati per appellarsi alla de-mobilitazione. Lo scopo di ogni gruppo armato, almeno in teoria, è il raggiungimento dei propri obiettivi politici e della pace. Significa che, qualora dovesse aprirsi uno spiraglio per il dialogo politico, le armi dovrebbero tacere o addirittura essere consegnate.
Nel caso dei membri dei gruppi armati, ciò significa perdere una componente fondamentale della propria identità, l’arma, intesa non solo come strumento con una funzionalità ma come status symbol. Possedere un’arma non significa solo essere pronti a combattere, significa anche presentarsi visivamente come persona che ha votato la propria vita alla lotta armata.
A livello collettivo-identitario, invece, un gruppo armato che “depone le armi” - il processo raramente è totale e trasparente - comunica ai propri membri e agli osservatori esterni una fase di transizione: dalla lotta armata al dialogo politico, con la conseguente de-mobilitazione dei miliziani.
Secondo gli antropologi Julia Palik e Nicholas Marsch, la ritualità con cui il disarmo viene annunciato e poi simbolicamente eseguito serve proprio ad accompagnare il cambio identitario individuale (la perdita di un simbolo forte come un’arma) tramite la sua collettivizzazione.
L’inizio di un disarmo è sempre accompagnato da una cerimonia: bandiere dispiegate, uomini in uniforme e sull’attenti, nutrite schiere di pubblico, politici e giornalisti. Tutti elementi che indicano una forte partecipazione emotiva a livello comunitario e collettivo. Per quanto simbolica, inoltre, la consegna delle armi è sempre collettiva, mai individuale. Un esempio è la cerimonia tenutasi tra le montagne dell’Iraq settentrionale nel luglio del 2025, quando il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) ha annunciato l’avvio del proprio processo di disarmo - a fronte dell’apertura di un dialogo politico con Ankara - con una cerimonia in cui gruppi di veterani gettavano le proprie armi in un falò.
In una fase delicata come il disarmo, una tale cerimonialità permette a un gruppo armato di preservare la sensazione di fratellanza tra i propri membri anche imponendo la de-mobilitazione.
L’idea stessa di grandi manifestazioni come cerimonie e parate è di fornire ai propri membri e simpatizzanti un’occasione di unità e fusione identitaria, ma anche di annunciare cambiamenti. Nel caso del disarmo delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), avvenuto nel 2017, le prime cerimonie di consegna delle armi furono le prime manifestazioni ufficiali in cui il partito mostrava la nuova bandiera - una rosa rossa a sfondo bianco, simbolo pacifico - in sostituzione di quella precedente - la bandiera colombiana con al centro la sagoma dei confini nazionali con un libro aperto, a indicare l’orientamento marxista del gruppo, affiancato da due kalashnikov incrociati, a indicarne la natura.
Le due bandiere delle FARC: a sinistra quella precedente il disarmo del 2017, a destra quella post-disarmo. Fonte: Wikimedia Commons, (Autore: MrPenguin20) Licenza: CC BY-SA 3.0
Un cambio di logo che sanciva, anche a livello grafico estetico, un cambiamento di paradigma, da gruppo armato a rappresentante politico di uno schieramento. Il tutto pubblicamente, dinanzi ai propri membri, alleati e nemici.
Soffrire insieme: foto, martirio e comunità in tempi di guerra
In epoca moderna, il rafforzativo estetico della narrazione dei gruppi armati non può prescindere dall’uso della fotografia. Immortalare la realtà, o almeno una parte di essa, è un elemento centrale nella narrativa di un gruppo armato, soprattutto a livello propagandistico. Una funzione particolare è svolta dalle foto: la commemorazione dei martiri, un momento in cui religione e memoria collettiva si intrecciano.
In molti gruppi armati - non solo islamisti, come erroneamente si crede -, il martirio svolge un ruolo importante a livello narrativo. Non solo alleggerisce il peso simbolico di una perdita, ma lo usa per ampliarne il senso comunitario.
Quando un guerrigliero offre la propria vita in nome di una causa comune la sua identità viene assorbita da quella collettiva: il lutto viene vissuto non solo dai familiari della vittima ma anche da sconosciuti appartenenti alla stessa comunità, mentre il gesto ultimo della vittima viene amplificato fino a divenire modello d’azione esemplare.
Nel caso del Libano, Paese segnato da conflitti sociali declinati in chiave settaria e religiosa, tutte le milizie, da Hezbollah ai falangisti cristiani, ricorrono spesso a materiali o eventi commemorativi dei martiri. In giro per Beirut, è comune imbattersi in manifesti ritraenti giovani guerriglieri defunti, rigorosamente sorridenti, in armi e contornati da simboli religiosi e politici (soprattutto dei partiti/milizie di appartenenza). Lo stesso vale per gli spazi digitali - pagine social o canali telegram - direttamente o indirettamente legati alle fazioni coinvolte.
Immagine commemorativa di 5 martiri di Hezbollah morti in un’azione contro soldati israeliani, pubblicata da canale Telegram di al-Manar, emittente vicina al movimento sciita libanese.
In alcuni casi, le foto dei martiri vengono utilizzate in modo creativo per rafforzare l’idea di sacrificio ultimo e di unione collettiva. Un caso del PKK è abbastanza indicativo: a inizio anni Dieci del 2000 iniziarono ad apparire sui siti di propaganda del partito mosaici/collage di panorami del Kurdistan o di simboli politici composti dalle foto dei martiri. In quello sottostante, migliaia di ritratti di martiri sorridenti vengono utilizzati per riprodurre un’immagine archetipica della propaganda del partito: donne in abiti tradizionali (elementi ideologici e culturali del partito) che passeggiano liberamente tra montagne e prati fioriti (panorami tipici del Kurdistan).
Panorama kurdo (donne in montagna) composto da foto di martiri del PKK (circa 20.000 foto), apparso sul sito https://hpgsehit.com/
Il senso di comunità instaurato grazie al legame tra martirio e patria è fortissimo.
Simili strategie, lungi dall’essere limitate a specifiche aree geografiche o background culturali, appaiono ormai trasversali tra i vari gruppi armati. L’uso delle tecnologie e la conseguente ibridazione tra elementi estetici e visuali di fazioni diverse contribuiscono a creare simbologie forti, in grado di attirare, mobilitare, de-mobilitare ma soprattutto di creare identità collettive forti e condivise. Dall’Asia sudoccidentale ai gruppi terroristici di estrema destra, l’interconnettività e la polarizzazione delle politiche identitarie rendono lo sviluppo di stili grafici riconoscibili e originali una prerogativa di diverse milizie impegnate su più fronti, per più cause.
Proprio per questo, nella nuova serie di “Estera - MilitiaSequi” a cui ci dedicheremo per tutto febbraio, abbiamo deciso di concentrarci sugli elementi grafico-visuali dei gruppi armati in giro per il mondo. Propaganda, culto del martirio e background etno-religiosi saranno gli elementi centrali non solo di questa introduzione ma anche dell’intervista e del caso studio che usciranno le prossime settimane.








