🔫🖼️Armed Aesthetics (ep.2):
la propaganda jihadista nell’era di internet, intervista a Daniele Garofalo (analista) - Estera, MilitiaSequi #5
Nel primo episodio di “Armed Aesthetics” abbiamo introdotto il topic del mese di febbraio: i gruppi armati, gli elementi estetici della loro propaganda e le dinamiche di costruzione identitaria. In questo secondo episodio, analizziamo tali elementi circoscrivendoli a un attore ben preciso e tracciandone l’evoluzione. La scelta non poteva che ricadere sullo Stato Islamico (fino al 2015 Stato Islamico di Siria e Iraq), un’organizzazione terroristica che ha rappresentato uno spartiacque nella storia dei gruppi armati non governativi: tra la voglia di rivalsa dei sunniti negli scenari regionali post-bellici e la crisi identitaria vissuta dai musulmani europei, tra una dimensione territoriale mantenuta per anni e una dimensione virtuale ancora oggi molto sviluppata, l’IS ha dimostrato di poter rivolgersi a persone diverse per background economico e culturale facendo leva su simboli, significati ed emozioni.
Ne parliamo con Daniele Garofalo, analista ed esperto di sicurezza, terrorismo e attori non statali.
Il lato grafico-estetico dei gruppi armati è un aspetto centrale, perché svolge funzioni chiave come la costruzione di un senso comunitario e il reclutamento di nuovi membri. Nel caso dello Stato Islamico (IS), però, parliamo di un’organizzazione che ha spesso superato i confini etno-nazionali e che, a livello propagandistico, ha operato in larga parte online. Quali pensi siano gli elementi identitari centrali della propaganda dell’IS che hanno permesso di coinvolgere persone con background etnici, sociali ed economici molto diversi?
Gli “ancoraggi identitari” della propaganda IS che hanno reso possibile l’aggancio di persone molto diverse non sono stati solo etnici o nazionali: sono stati meta-identitari, modulari e portabili. Primo: l’idea di Califfato come progetto politico-religioso totale, venduto come alternativa “funzionante” al caos (e all’umiliazione percepita) nel mondo musulmano e come risposta alla marginalità vissuta in diaspora. È un’identità che non ti chiede da dove vieni: ti chiede di convertirti a un’appartenenza superiore, l’Umma intesa in senso esclusivo e settario (takfir). Secondo: la logica della rottura biografica, cioè hijra (migrazione) e “nuova nascita” dentro una comunità moralmente pura e militarmente vincente. Si tratta di un frame potentissimo perché offre status, scopo e una famiglia sostitutiva. Terzo: l’escatologia apocalittica che trasforma la vita ordinaria in “fine dei tempi” e quindi rende razionale l’irrazionale, accelerando scelte estreme. Un caso può essere la stessa rivista Dabiq, uno dei principali strumenti di propaganda dell’IS: essa prende il nome da una battaglia del 1516 svoltasi in Siria vicino all’omonima località che, secondo le bandiere nere, sarà il luogo dove si terrà una battaglia finale tra musulmani e cristiani. È un chiaro riferimento culturale alla fine dei tempi. Quarto: l’estetica della competenza e della potenza (non solo violenza): qualità produttiva alta, immagini “da Stato”, burocrazia, servizi, ordine. Lo Stato Islamico propone propaganda di identità e governance, non solo combattimento. Vi è spazio per le armi ma anche per l’efficienza statale. Quinto: la costruzione emotiva binaria (vittimismo abbinato a vendetta ed empowerment): “ti hanno umiliato, noi ti restituiamo agency”. Questo mix era evidente nei magazine Dabiq e Rumiyah e nella strategia mediatica come “image warfare”. Si tratta di una scelta deliberata di far leva sulla voglia di rivalsa di alcuni settori della società esclusi dalla distribuzione del potere socio-economico.
Tra il 2014 e il 2017 lo Stato Islamico ha avuto anche una dimensione territoriale, tra Siria e Iraq, esercitando una forma di controllo simil-statale. In questa fase, come si articolava la sua propaganda? Si trattava ancora principalmente di comunicazione online o esistevano anche apparati e strumenti più “classici”, legati al controllo dello spazio pubblico?
Nel triennio 2014–2017, con territorio e popolazione sotto controllo, la propaganda ISIS (acronimo che evidenzia la dimensione territoriale) diventò bifronte: da un lato, si trattava di comunicazione strategica esterna (reclutamento, intimidazione, polarizzazione), dall’altro, di propaganda “in-theater”, per governare e disciplinare gli abitanti delle aree controllate dal Califfato. La propaganda online restava centrale per portata internazionale e velocità di disseminazione, ma sul terreno l’ISIS ha usato strumenti molto classici e capillari: uffici media provinciali (wilayat) coordinati dal Diwan al-I‘lam (l’organo responsabile della propaganda e della comunicazione del califfato), comunicati, “photo reports”, video locali; campagne pubbliche della hisbah (polizia religiosa) anche tramite affissioni e mobilitazione nelle moschee; comunicazione amministrativa (moduli, ricevute, regolamenti), che è propaganda per ostentare la propria statualità; e canali come radio e predicazione per saturare lo spazio pubblico. Non era quindi “solo Internet”; era una macchina di governo che usava media digitali e analogici per normalizzare il controllo e rendere la coercizione socialmente leggibile come “ordine”.
Una parte rilevante della propaganda dello Stato Islamico sembrava rivolgersi in modo specifico ai musulmani europei o di seconda generazione. Oltre all’uso delle lingue europee, questo materiale adottava spesso un’estetica molto diversa da quella jihadista tradizionale, con riferimenti a immaginari urbani e giovanili. In che modo questa propaganda si differenziava, sul piano visivo ed estetico, da quella destinata alla regione SWANA?
Verso i musulmani europei/di seconda generazione l’IS ha fatto un’operazione di “traduzione culturale” molto più aggressiva che verso la regione SWANA. La differenza non è solo linguistica: è semiotica. Nel caso delle comunità targettizzate in Europa, le testate dell’organizzazione, come Dabiq e Rumiyah, utilizzavano un’impaginazione stilisticamente da magazine occidentale, adottando ritmi narrativi da storytelling digitale, un’estetica “cool e urbana” e codici giovanili (identità, rivalsa, fratellanza, avventura, iper-mascolinità; e, per alcune audience, romanticizzazione della hijra e del ruolo femminile). Qui l’IS vendeva appartenenza e status dentro una controcultura globale, spesso pensata per chi vive frizione identitaria e discriminazione. Ed è in questo contesto che scritte in arabo o elementi grafici militari come le armi divengono particolarmente attrattivi.
Nel caso delle comunità targettizzate nell’area SWANA, viene posta più enfasi sul simbolismo religioso tradizionale, legittimazione dottrinale, sectarian framing locale, e messaggi calibrati su dinamiche tribali/territoriali e sulla gestione della popolazione (ordine, punizione, conformità). Naturalmente c’è sovrapposizione, ma il “packaging” cambia: in Europa è un branding globale e subculturale sviluppato in contrapposizione (quasi come controcultura) alla cultura occidentale di massa; nell’area SWANA è egemonia sociale e politica sul territorio.
Come molti gruppi armati, jihadisti o meno, anche lo Stato Islamico ha fatto ampio uso della narrazione del martirio. Allo stesso tempo, diversi analisti hanno sottolineato il carattere “innovativo” dell’IS sul piano propagandistico e culturale. Nel caso del martirio, quali sono le principali differenze rispetto ad altri gruppi armati islamisti, come Hamas o Hezbollah?
Nel caso del martirio - sia nella sua concezione che nel suo ruolo nella propaganda - l’IS ha portato innovazione soprattutto per due caratteristiche, distanziandosi nettamente da Hamas e Hezbollah. La prima, è che universalizza e “industrializza” il martirio dentro una cornice takfiri ed escatologica. Non è solo sacrificio per la umma o per una comunità e/o identità nazionale: è performance teologico-politica per accelerare una guerra totale, spesso con una forte componente di spettacolarizzazione e con un’integrazione sistematica nel prodotto audiovisivo (biografie di “martiri”, montaggio, retorica visuale dinamica e aggressiva, standardizzazione del genere). La seconda, è che l’IS lega il martirio a un progetto di Stato/cosmo-morale (“il Califfato”) e lo usa come dispositivo di reclutamento globale - martiri come modelli da seguire - e disciplina interna - soprattutto autodisciplinamento morale indotto.
Hamas, pur usando il martirio, resta tipicamente dentro un frame nazionalista/territoriale e di resistenza con obiettivi politici più circoscritti e una comunicazione spesso orientata alla pressione psicologica e alla legittimazione presso la propria base, piuttosto che alla proiezione esterna del gruppo.
Hezbollah è un caso ancora diverso: il martirio è profondamente intrecciato a ritualità e memoria sciita (la festività dell’Ashura/) e a una cultura pubblica della commemorazione (poster, musealizzazione, narrazioni nazionaliste e comunitarie) che mira a produrre continuità storica e capitale sociale, non solo shock e rottura. L’IS, al contrario, punta spesso a fratturare, polarizzare e reclutare “nella tempesta”.
Nell’era della globalizzazione è sempre più comune che i gruppi armati si influenzino a vicenda anche sul piano estetico e comunicativo. Questi processi di ibridazione, da sempre presenti, sono divenuti più rapidi grazie a internet e ai social media. Da questo punto di vista, lo Stato Islamico ha rappresentato un modello per altri gruppi armati della regione?
Sì, l’IS è stato un modello estetico-operativo, ma più come “framework replicabile” che come contenuto ideologico copiabile in blocco. Ovviamente diversi gruppi armati - anche extra regionali - hanno per così dire “copiato” alcuni elementi della comunicazione dell’IS. Innanzitutto, la standardizzazione del prodotto: format, loghi, sigle, titolazioni, photo-reporting “da agenzia”, sono tutti elementi che hanno raggiunto un livello di sistematicità professionale nella propaganda dell’IS. Un altro elemento riprodotto spesso è la decentralizzazione controllata della propaganda/comunicazione: vi sono uffici media locali che agiscono seguendo linee guida centrali. Anche la distribuzione nativa digitale e resiliente (migrazioni di piattaforma, ecosistemi di canali, ri-upload) è una capacità tipica dell’IS che è stata riprodotta da altri gruppi armati. Infine, la fusione fra propaganda e claims operativi (la comunicazione come parte dell’azione, non come “racconto dopo”) - un altro elemento distintivo dell’IS - è stata osservata anche in altri contesti.
Molto di questo si vede nelle pubblicazioni di information warfare e nelle produzioni della rete mediatica/provinciale, così come nei prodotti “europei” di simpatizzanti e sostenitori. L’IS ha creato un marchio, che può sopravvivere alla perdita del territorio se mantiene un linguaggio visivo coerente e una pipeline di distribuzione.



