🏛️💻Carthago 2.0 (ep.2):
nascita e ascesa delle BigTech statunitensi, intervista a Marco Schiaffino - Estera, TecnoLeviatano #5
Nel primo episodio di Carthago 2.0 abbiamo introdotto il concetto di oligarchie digitali, collegandolo alla storia dell’interferenza dei ceti ricchi sulla politica e alla nascita delle moderne cleptocrazie. In questo secondo episodio, invece, abbiamo deciso di concentrarci sul caso statunitense e sul ruolo delle BigTech nel governo di Donald Trump. Da aziende nate in garage negli anni Novanta a colossi della finanza coinvolti nel sistema repressivo del governo Trump II, analizziamo la traiettoria delle BigTech insieme a Marco Schiaffino giornalista, autore radiofonico e divulgatore specializzato in nuove tecnologie, cyber security e privacy. Scrive per Wired, Il Manifesto e altri. È autore e conduttore della trasmissione Doppio Click su Radio Popolare.
Al giorno d’oggi la tecnologia è onnipresente nelle nostre vite: dal mondo delle comunicazioni a quello del lavoro, passando per i trasporti e l’intrattenimento. In questo contesto, spesso sentiamo parlare di Big Tech e dei cosiddetti Tech Barons. Ci puoi spiegare cosa si intende esattamente con questi termini e quando e come sono nate queste grandi aziende e le figure che le guidano?
Fare una classificazione e tracciare una genesi in termini oggettivi è piuttosto difficile. Personalmente credo che esistano due fasi distinte: una è quella delle aziende tradizionali - come le BigTech, Microsoft, Apple, Google, eccetera, eccetera, - e dell’ambiente in cui sono nate, ovvero quell’area libertaria della Silicon Valley che è stata poi mitologizzata: la Silicon Valley di quelli che iniziano un’attività nel garage…. Un’idea romanticizzata certo, ma che presenta anche qualcosa di vero. In questa fase si verifica il passaggio dalla condivisione dei saperi dettata da una logica un po’ hippie e fricchettona, alla loro capitalizzazione. Nei casi delle fondazioni delle principali BigTech, infatti, vi sono varie leggende metropolitane, o storie reali, che permettono di tracciare la traiettoria della finanziarizzazione del settore. Un esempio è la storia dell’invenzione del mouse, un oggetto che Steve Jobs ha visto prodotto in via sperimentale da qualcun altro con una scatoletta di legno e due rotelle e che ha deciso di replicare. Ovviamente quell’altro, il vero inventore, non ha preso un euro per i brevetti e nessuno si ricorda del suo nome. Storie come questa, appunto, mostrano come le BigTech, pur essendo nate nel privato e in sordina, avevano già con una postura da squali della finanza.
Poi c’è stata una seconda fase, meno di talento e più finanziaria appunto. Il paradigma di tutto questo è Elon Musk, che non ha mai inventato niente che abbia avuto un valore. Nulla. Musk è entrato in PayPal con un suo progetto di transazioni finanziarie online successivamente abbandonato perché infattibile, ma ha comunque mantenuto una percentuale dell’azienda (PayPal, ndr) che invece si è rivelata un successo finanziario - forse proprio perché optarono per sistemi di pagamento innovativi diversi da quello proposto dal magnate sudafricano. Musk ha quindi venduto la sua quota di PayPal, incassando qualche centinaio di milioni di dollari, e poi ha comprato Tesla, X, ha creato SpaceX….il tutto senza inventare niente, non ha scritto una riga di codice, non ha fatto nulla di particolarmente innovativo. È qualcosa di completamente diverso rispetto alla prima fase delle BigTech e non è un caso che siano emerse altre figure simili a Musk, come Peter Thiel e quella generazione particolarmente destrorsa del mondo delle Big Tech.
Quindi, per ricapitolare, ci sono due fasi distinte: la prima caratterizzata ancora da quella un po’ ingenua e romantica voglia di innovare e cambiare il mondo, che poi ha portato all’accumulo di grandi capitali. E la seconda invece che era proprio determinata dalla volontà di “tiriamo fuori una bordata di soldi da qui”, quindi da processi di commercializzazione e finanziarizzazione in cui la voglia di innovare il mondo c’è ma è ben lontana da quel clima naive, fricchettone e romanticizzato degli anni Novanta in cui si parlava di internet e comunione dei saperi.
Negli ultimi dieci anni circa, società civile e watchdog hanno suonato più di un campanello d’allarme sull’intrusione di queste grandi e influenti aziende nel mondo della politica. La mente non può che andare al governo Trump II che sembra un po’ uno spartiacque: non solo la Casa Bianca ha stipulato contratti con le grandi aziende digitali per circa 53 miliardi di dollari, cifre record; ma l’insediamento del Tycoon ha visto la partecipazione di alcune figure di spicco del mondo delle BigTech, Elon Musk e Larry Ellison su tutti. Qual è stato il ruolo delle BigTech nella campagna di Trump e in questo primo anno di governo?
Qui le cose diventano terribilmente complicate. Da una parte c’è un’identità di visione politica condivisa fra alcuni di questi baroni tecnologici e Trump, mi vengono in mente Musk e Thiel. Questa visione condivisa ha fatto sì che i patroni delle BigTech partecipassero attivamente alla promozione di Trump sia tramite sovvenzione economiche al Partito repubblicano, sia dal punto di vista di sovvenzioni alla campagna di Trump... Supporto che vuol dire tante cose. Elon Musk ad esempio è riuscito a investire la sua immagine pubblica nel sostegno a Trump, spingendo tutti i suoi fan a votare Trump. Lo ha fatto orientando in maniera piuttosto pesante X, l’ex Twitter, che nelle mani di Musk è diventato una cassa di risonanza per la destra. Sappiamo benissimo che c’è stata anche una collaborazione stretta tra i due, con la vicenda del Doge, la luna di miele, la litigata con tanto di vendette e rivendicazioni da parte di entrambi, eccetera.
E questo è Musk, poi c’è tutto il resto delle Big Tech, che non è da meno. Si potrebbe prendere come esempio Mark Zuckerberg, però le stesse dinamiche valgono anche per Jeff Bezos e chiunque altro: c’è una differenza enorme fra il primo mandato di Trump e il secondo. Nel primo, tutti i baroni tecnologici pensavano di avere - ed effettivamente avevano - un rapporto di forza a loro vantaggio con la Casa Bianca. Negli Stati Uniti del 2016, chi era a capo di una società con capitalizzazioni miliardarie nel Nasdaq, con la sede in California e con la certezza di essere in un Paese in cui la libertà di impresa è il primo comandamento, si considerava intoccabile.
Di conseguenza, Trump lo avevano anche un po’ bistrattato: l’hanno buttato fuori dai social dopo l’assalto a Capitol Hill, lo sfottevano sostanzialmente, usando i propri social per mettere in luce i lati più oscuri e grotteschi del Tycoon. In questo periodo i Tech Barons, bene o male, erano tutti allineati su delle politiche progressiste.
Nel secondo mandato, Trump ha invece subito chiarito che non avrebbe fatto prigionieri: è partito con i suoi famigerati ordini esecutivi, in cui uno dei primi atti è stato quello di penalizzare Bezos in un appalto per la NASA, semplicemente perché la linea del Washington Post non gli piaceva. Con quell’ordine esecutivo, Trump ha fatto capire che aria si respirasse nel nuovo mandato e tutti si sono allineati tranquillamente. Ed è lì che abbiamo visto gran parte dei TechBarons appoggiare Trump.
Un episodio simbolo di questo allineamento e di questo cambio di barricata da parte dei TechBarons è stata quella surreale cena a cui hanno partecipato tutti i CEO delle Big Tech statunitensi. Una cena in cui i vari Musk, Thiel, Zuckerberg ecc pur sembrando anche piuttosto imbarazzati di fronte alle uscite di Trump, hanno cercato di fare buon viso a cattivo gioco trattando l’amministrazione Trump come una leva per scardinare quella che per loro è una grandissima rottura di scatole, cioè la normativa europea sulla gestione dei servizi su internet, quindi il GDPR, il Digital Markets Act e il Digital Services Act e anche l’AI Act. Una cena in cui quindi si poteva intravedere la più banale comunione di intenti tra aziende che possono sostenere candidati e offrire allo Stato servizi digitali senza pari, e un potere politico in grado di fare gli interessi dei propri alleati su scala globale e non solo nazionale.
Proprio nel menzionato caso della normativa europea e di quanto sia fastidiosa per le BigTech statunitensi, possiamo dire che in questo caso l’Unione europea ha adottato tali strumenti per procurarsi dei vantaggi commerciali in maniera un po’ troppo evidente, come nel caso del Digital Markets Act. Sì, c’è la foglia di fico della tutela dei consumatori, ma è abbastanza evidente che è un tentativo di legare le mani alle BigTech statunitensi e lasciare dello spazio alle eventuali emergenti società europee, che non si vedono peraltro. Quindi degli strumenti legislativi che hanno fatto storcere il naso a più di un magnate della Silicon Valley che, di conseguenza, hanno intravisto nel governo Trump un’occasione d’oro per mettere sotto pressione Bruxelles.
Tornando al discorso dell’influenza delle BigTech, quindi, si può dire che il quadro è duplice: c’è chi è già allineato con l’amministrazione Trump e chi ci si sta allineando per cercare di tirarne fuori dei vantaggi. Io sono abbastanza convinto che se le prossime elezioni le dovesse vincere Bernie Sanders, Zuckerberg di colpo diventerebbe socialista.
La vicinanza delle BigTech a Trump è oggetto di interesse per attivisti e analisti, soprattutto a causa dell’orientamento politico estremista e polarizzatore dell’attuale presidente. Da questo punto di vista, il rapporto tra JD Vance (vicepresidente USA) e Peter Thiel (ex CEO Palantir) viene spesso letto come una cerniera tra Silicon Valley e politica federale. Il secondo ha contribuito in maniera decisiva alla nomina elettorale del primo, il quale, a sua volta, è una figura chiave nelle relazioni tra Casa Bianca e Silicon Valley. Quanto questo asse ha contribuito allo spostamento a destra dell’ecosistema tecnologico e alla diffusione di un’ideologia che molti chiamano ‘tecnodestra’?
C’è sicuramente una convergenza di interessi abbastanza importante in questo caso: c’è un Trump che ha impresso una svolta liberticida negli Stati Uniti, come stiamo vedendo con l’ICE, la campagna del Doge, il Dipartimento per il supporto e efficientamento delle spese governative portate avanti da Musk. L’obiettivo in realtà era accentrare l’accesso ai dati. Quello che ha fatto il Doge sostanzialmente è stato abbattere i silos fra la previdenza sociale, il sistema sanitario, il sistema fiscale, la motorizzazione civile, i database dell’FBI, dell’NSA, della CIA e dell’ICE e mettere in piedi un sistema di sorveglianza globale di cui gli effetti stiamo vedendo adesso.
Ora, per tornare alla domanda, la creatura di Peter Thiel, invece, è Palantir: una società che fa web scraping di dati - tecnica automatizzata che utilizza software bot per estrarre grandi quantità di dati non strutturati da siti web - e che in buona sostanza offre agli Stati Uniti (dietro contratti miliardari) un sistema di controllo su tutta la popolazione.
Parliamo quindi di “nozze annunciate”: abbiamo uno, Vance, che è ossessionato dalla mania di controllo e repressione, e l’altro, Thiel che gli offre a caro prezzo degli strumenti per reprimere. Mai coppia fu più azzeccata potremmo dire, almeno dal loro punto di vista di questa convergenza. Il nuovo sistema che utilizza l’ICE per rintracciare gli smartphone utilizzando i dati della pubblicità online è un caso paradigmatico: tutto questo sfugge al controllo della magistratura, storico “nemico” di Trump.
Di fatto, molto semplicemente, oltre ai rapporti personali, uno dei due ha un prodotto che interessa tanto all’altro e l’altro ha un mucchio di soldi da spendere in repressione. Consideriamo che il budget dell’ICE è raddoppiato dal 2024 al 2025, mentre ci sono altri 56 miliardi di dollari in ballo nei prossimi tre anni. Chiaro che, di fronte a queste cifre, la Silicon Valley, nel momento in cui vuole ottimizzare gli investimenti, regge il gioco. Le relazioni tra Vance e Thiel, così come tra Casa Bianca e Silicon Valley, sono proprio un do ut des di quelli classici.
Diverse voci stanno sollevando preoccupazioni per il mondo dell’informazione e della divulgazione: l’accentramento delle infrastrutture digitali si riflette anche sulla qualità dell’informazione, soprattutto sui social, sempre più polarizzanti e meno verificate. In che modo si articola questa influenza sul mondo dell’informazione da parte dei TechBarons?
Allora, ci sono un mucchio di aspetti da analizzare ma il tema da cui partire è che la destra neoconservatrice, cioè Trump, Orbán, Meloni, sta portando avanti un’opera di trasformazione del mondo dell’informazione, sintetizzabile, tanto per cambiare, con degli slogan che ha rilanciato Musk. Uno dei suoi hashtag più celebri sui social network, infatti, era “You are the media now“, cioè l’idea di disintermediare completamente l’informazione dagli organi di stampa. In Italia si utilizzano dei sistemi più tradizionali, cioè le concentrazioni economiche: come in questa fase in cui rischiamo che il gruppo Gedi finisca in mano a un armatore greco con simpatie di ultradestra.
Negli Stati Uniti, Trump non perde occasione di dire che i media sono cattivi, incompetenti, che ce l’hanno con lui, che andrebbero chiusi, tant’è ha fatto causa alla BBC… stiamo assistendo a qualcosa di completamente fuori dal mondo. Ma perché lo fa? Per spostare le fonti di informazioni sui social network, più facilmente controllabili nell’ottica di un governo repressivo. Con Trump è molto evidente questa dinamica: ha Zuckerberg che gli mangia in mano, Musk che addirittura è un suo sostenitore… Trump ha a quel punto X, Instagram e Facebook sotto il suo controllo. A TikTok ci ha pensato emanando un ordine esecutivo in cui ha stabilito che bisognava farlo diventare statunitense. Oracle forse è una delle aziende più equilibrate da questo punto di vista e spero che non trasformi TikTok in un organo di stampa trumpiano, però tutto può succedere. Aspettiamo di vedere cosa succederà.
Il problema è che tutti quelli che sono i meccanismi che noi siamo abituati ad applicare alle informazioni per verificarle, nel momento in cui li adatti sui social network, non funzionano più. Un giornalista normalmente è sottoposto al controllo dell’Ordine dei giornalisti e a una deontologia…nel momento in cui si affida tutto ai social media le cose cambiano drasticamente.
Se succede qualcosa, se emergono dei dati in qualche rapporto, noi giornalisti interpretiamo, ricostruiamo tutto e quindi diamo una lettura. Se invece le stesse notizie, gli stessi dati, vengono pubblicati su un profilo social, vengono letti da profili simili, le cosiddette eco chambers, e di conseguenza non verificate né confrontate con interpretazioni discordanti. Il problema è questo: nel momento in cui io posso diffondere tranquillamente delle informazioni senza nessuna forma di controllo, senza farle passare da dei professionisti che verificano le fonti, allora l’informazione diventa strumentale, faziosa e potenzialmente nociva.
Sarebbe sbagliato considerare gli Stati come entità in balia dell’influenza delle BigTech. Se gli Stati Uniti di Trump sembrano al momento contare molto sulle BigTech, in altri contesti occidentali, come l’Unione europea, i policy makers adottano strumenti legislativi e commerciali per impedire eccessive interferenze, così come hai già menzionato. In che modo prende forma questo tentativo di limitare l’influenza delle BigTech nella politica e nell’informazione europea?
Io sono abbastanza convinto che ci sia un errore di fondo, ed è giusto chiarire che si tratta di una mia opinione. Nel momento in cui si obbligano le piattaforme al fact-checking, al controllo delle notizie e della loro provenienza, o alla gestione dell’hate speech, si sta delegando a società private la gestione corretta delle informazioni. Anche in una logica capitalista, questo non è semplicemente nelle loro competenze.
I meccanismi sono evidenti. Quando parte un flame su Facebook, e si generano centinaia di migliaia di commenti legati all’hate speech, Facebook guadagna. In sostanza stiamo chiedendo a creature erbivore di smettere di brucare: è impossibile. Allo stesso tempo stiamo attribuendo alle piattaforme social un ruolo che non dovrebbe essere il loro, soprattutto sul piano informativo. Questa è una deriva innegabile.
Un esempio emblematico è quello delle spunte blu a pagamento su Twitter, una dinamica che mi ha sempre fatto rabbrividire. Nelle logiche dell’informazione, chiunque abbia una spunta blu — anche solo perché l’ha pagata, senza essere un’entità o una persona autorevole — risulta improvvisamente credibile. Ho visto più volte notizie rilanciate da testate o giornalisti in cui la fiducia veniva riposta esclusivamente nella spunta blu, contribuendo alla diffusione di fake news o provocazioni trattate come fonti attendibili.
Pensare di poter normare questo settore e conferirgli dignità attraverso le leggi, secondo me, è profondamente sbagliato. È vero che l’alternativa sarebbe sperare in un’evoluzione culturale dell’opinione pubblica, ma qui entriamo nel campo del desiderabile. Se i dati ci dicono che circa il 60% delle persone si informa attraverso i social network, il problema è evidente.
Per quanto riguarda l’iperattività normativa dell’Unione europea, il quadro è complesso. In alcuni casi sembra emergere la volontà di contrastare il predominio statunitense, più che di risolvere i problemi strutturali dell’informazione. Forse bisognerebbe iniziare a ragionare in termini di sovranità in senso positivo — non sovranismo, ma sovranità — e valutare la creazione di strumenti di comunicazione realmente indipendenti.
I tentativi fatti finora, come Mastodon o il Fediverso, sono interessanti in teoria, ma restano vulnerabili agli attacchi delle Big Tech. Threads di Meta, ad esempio, è compatibile con il Fediverso; che poi nessuno voglia federarsi con Threads è un altro discorso, e probabilmente hanno anche ragione.
Trovare una soluzione a livello giuridico, comunque, è estremamente difficile. Sarebbe necessario investire molto di più nella preparazione delle persone e nella diffusione di una cultura dell’informazione e dell’uso consapevole degli strumenti digitali, che oggi manca quasi del tutto. Lo vediamo chiaramente anche con l’intelligenza artificiale: è una tecnologia utilissima, ma è circondata da una bolla enorme e andrebbe riportata alle sue dimensioni reali.
Lo stesso vale per la comunicazione online: le leggi funzionano solo fino a un certo punto e rischiano spesso di produrre abusi insensati. I provvedimenti di AgCom (l’autorità italiana per le garanzie nelle comunicazioni, ndr), come Piracy Shield, sono per me la cristallizzazione di questo problema. Chi ha scritto quella normativa sembra non avere una reale comprensione del funzionamento di internet: introdurre l’obbligo per gli operatori di segnalare ogni tentativo di attacco informatico alle procure, con il rischio di sanzioni penali, è semplicemente irrealistico. Parliamo di centinaia di migliaia di tentativi di attacco informatico all’anno. Mandare alle procure centinaia di migliaia di segnalazioni è impraticabile. A un certo punto bisogna accettare che alcune tecnologie non sono governabili con logiche novecentesche. Serve un cambio di prospettiva, e in alcuni casi anche una dose di laissez-faire.



