🔫🖼️Armed Aesthetics (ep. 3):
le iconografie religiose sciite come strumento di mobilitazione dei subalterni - Estera, MilitiaSequi #6
Nel primo episodio di “Armed Aesthetics” abbiamo introdotto il topic del mese di febbraio: i gruppi armati, gli elementi estetici della loro propaganda e le dinamiche di costruzione identitaria. Nel secondo, invece, abbiamo intervistato Daniele Garofalo sulle strategie di propaganda e comunicative dello Stato Islamico.
Oggi, per chiudere questa serie di “Estera - MilitiaSequi”, rimaniamo nell’ambito dei gruppi armati dell’area SWANA ma occupandoci di Hezbollah, il movimento sciita libanese. Il Partito di Dio, infatti, affonda le radici della propria simbologia e identità nell’iconografia sciita e, soprattutto, nel cambio di paradigma che durante il secolo scorso trasformò simboli di quietismo religioso in strumenti di mobilitazione politica.
Ce ne parla Giulio Valenti.
L’imam e il Partito: il ruolo di Husayn e della Battaglia di Karbala in Hezbollah
Giulio Valenti, autore MENA
La narrazione di Hezbollah che negli anni è stata veicolata nei media si è spesso concentrata sulla dimensione militare del movimento sciita libanese, riducendolo agli occhi del pubblico a un’organizzazione militare. Risulta così fin troppo facile limitare l’immaginario pubblico sul movimento sciita ai colori giallo e verde dei suoi stendardi, al pugno alzato che nella bandiera brandisce il fucile e alle schiere di soldati in mimetica che sfilano al funerale di un quadro dirigente o di un qualche martire.
La dimensione di Hezbollah non si esaurisce però a quella militare. Nato come “Resistenza Islamica” contro le invasioni israeliane nel Sud del Paese, il “Partito di Dio” (traduzione letterale) è un movimento sociale complesso, attivo nella politica istituzionale libanese e nell’erogazione di servizi e infrastrutture. Soprattutto, è in grado di riunire un’ampissima base sociale. Questa è composta da persone che condividono una fede comune - i musulmani sciiti -, così come una storica posizione di marginalizzazione rispetto ai centri del potere istituzionale.
Allo stesso modo, l’immaginario visuale del movimento non si esaurisce nel fucile e nei soldati, ma è ricco di una serie di icone care allo sciismo, che fungono da glossario comune e connettono il passato mitico dell’islam sciita con il presente.
Non è possibile comprendere il significato e il senso delle immagini del Partito di Dio, senza analizzare la figura del terzo imam della tradizione sciita, Husayn, un modello da seguire. Nella Dahyeh, l’area periferica sita a sud di Beirut che ospita il grosso dei consensi di Hezbollah, non è inusuale infatti incorrere in immagini che rimandano a Husayn e a Karbala, il luogo testimone di uno degli eventi centrali dell’Islam sciita.
Un particolare trittico della rivoluzione – sulla sinistra: l’imam Ḥusayn e la battaglia a Karbalāʾ; a destra: Che Guevara; in basso a sinistra: Samuel Colt.
I repertori simbolici come lente per osservare il mondo: il caso della Battaglia di Karbala
Come per qualsiasi mito, gli elementi visivi che ricorrono nelle iconografie della Battaglia di Karbala non sono immutabili. Negli studi dei movimenti sociali che analizzano (anche) la dimensione identitaria e culturale, è opinione comune che questi elementi siano in continua evoluzione. Questi “fattori ideativi” rappresentano l’identità percepita internamente al gruppo, e altro non sono che schemi interpretativi che offrono agli individui un linguaggio e degli strumenti cognitivi comuni capaci di restituire un senso alle esperienze e agli eventi che accadono al di fuori della comunità.
In questo senso, i movimenti sociali non sono portatori di idee e significanti che scaturiscono autonomamente da ideologie esistenti. Piuttosto, sono agenti impegnati nella produzione e nel mantenimento del significato, che articolano e diffondono cornici di comprensione che trovano risonanza nei potenziali partecipanti e nel pubblico più ampio, sollecitando l’azione collettiva.
Gli universi culturali e immaginifici di riferimento non sono quindi statici, ma tendono a evolvere nel corso del tempo. E, in tal senso, è esemplificativo il caso della costruzione di un nuovo significato comune attribuito ai fatti di Karbala che, nel Libano degli anni ’70, è diventato il frame dominante di buona parte delle comunità di fede sciita.
Il monito di Karbala nella tradizione sciita
L’elemento principale del dramma di Karbala è l’imam Husayn, terzo imam della storia sciita e fratello di Hasan (il secondo imam). Quest’ultimo, alla morte di ʿAli (primo imam e padre dei due), era favorito dalla componente irachena quale guida della comunità, ma, consapevole dell’inferiorità militare rispetto alle forze della componente siriana (che sosteneva Muʿawiya) aveva deciso di abdicare, esiliandosi nella città di Medina fino alla fine dei suoi giorni. Lo scontro venne quindi evitato grazie al patto tra Hasan e Muʿawiya, che prevedeva, alla morte di quest’ultimo, la riassegnazione del califfato alla famiglia del Profeta.
Nel 680 d.C., Husayn decise di ribellarsi alla successione dinastica tra Muʿawiya e il figlio Yazid. Quest’ultimo, diventato califfo, ordinò infatti a Husayn di giurargli fedeltà e, al suo rifiuto, lo costrinse a fuggire da Medina e, in seguito, da Mecca. Dall’Iraq giunsero però alcuni emissari al cospetto di Husayn, chiedendogli di raggiungerli nella città di Kufa e diventare la guida della comunità cittadina. La tradizione sciita sottolinea come Husayn avesse già predetto il proprio martirio sulla strada per Kufa, decidendo comunque di andare incontro al proprio destino.
Con la famiglia e 72 uomini leali marciò quindi verso la città irachena, arrestandosi presso la piana di Karbala, poiché un esercito di oltre 5000 soldati fedeli a Yazid gli sbarrò la strada. Le forze del califfo lo costrinsero ad accamparsi per giorni, e, impedendogli di raggiungere le rive dell’Eufrate, tagliarono loro ogni accesso all’acqua. Gli abitanti di Kufa, nonostante il sostegno mostrato, mancarono di venire in suo soccorso, condannando di fatto l’imam e la sua famiglia al martirio. Uno ad uno, i seguaci dell’imam vennero brutalmente uccisi. Il decimo giorno di Muharram (nel calendario islamico, il primo mese dell’anno), dopo averne decimato la famiglia, l’esercito di Yazid uccise l’imam Husayn. Gli eventi di Karbala crearono così un trauma destinato a permeare l’immaginario degli sciiti.
La battaglia divenne nel tempo un monito che caldeggiava il quietismo politico e gli uomini intenti a commemorare Husayn trasformarono l’imam in una figura tragica, nella cui rinuncia alle cose terrene vedevano la loro stessa condizione di espropriati. Lo sciismo, in tal senso, è fondato sulla percezione di un’ingiustizia politica, di un torto che non può essere corretto. Così come ad ʿAli venne impedito di succedere a Muhammad, rimettendo la decisione ad un consiglio elettivo (composto da uomini, e quindi fallibile), Husayn fallì nell’ottenere ciò che era suo di diritto e di suo padre prima di lui.
L’imam rappresenta in questi eventi il prototipo dell’eroe ed è innocente perché ha visto e riconosciuto la tirannia, mobilitandosi per combattere il torto e morendo nel farlo. Nella memoria storica degli sciiti Yazid emerge quale impersonificazione del male assoluto. Da Yazid in poi, ogni sovrano è un tiranno, un governante la cui guida della comunità sciita è illegittima.
Il racconto di questo dramma, oltre ad essere permeato da importanti dimensioni emotive e teologiche, ha una funzione retorica che è centrale nella tradizione sciita. Fornisce infatti ai fedeli un modello di vita e delle parabole morali che, nei primi dieci giorni di Muharram, vengono ciclicamente rievocate e messe in scena dalle comunità sciite. L’auto-flagellazione degli uomini o l’atto di colpirsi ritmicamente il petto con la mano hanno lo scopo di rievocare gli abitanti di Kufa. I fedeli si dolgono per aver abbandonato Husayn nel momento del bisogno e nel farlo rappresentano tutti i musulmani, responsabili del non aver aiutato l’imam a creare una società giusta.
Un cambio di paradigma per il dramma di Karbala
Gli eventi di Karbala subiscono un cambio di paradigma nel tempo, diventando simbolo di mobilitazione attiva e lotta contro l’ingiustizia. Hezbollah stesso raccolse fin dalla sua fondazione quella che, in Libano, è l’interpretazione dominante della battaglia di Karbala. Il recupero dei simboli legati a Husayn, e il loro utilizzo in chiave di attiva lotta all’ingiustizia, inizia nel 1959, anno in cui nel sud del Libano giunse Musa al-Sadr, un ʿalim (dotto religioso) di origine persiana. Differentemente dal clero tradizionale sciita, definibili come apolitici, al-Sadr si impegnò nell’impresa di un mutamento sociale, la cui direttiva principale era l’unione tra la fede e la mobilitazione. Convinto che la classe degli ʿulamaʾ dovesse tornare ad assumere un ruolo chiave nella comunità, al-Sadr ebbe il merito di indirizzare al governo libanese il grande problema della povertà della propria comunità, e soprattutto di promuovere la formazione di una coscienza politica e comunitaria libanese-sciita e di una voce presso le istituzioni che raccogliesse le istanze di questo segmento della popolazione.
“Santino” di Musa al-Sadr venduto a Najaf, Iraq, città centrale dello sciismo
L’operato di al-Sadr non si esaurisce nella trasformazione di simboli e miti sciiti, e contempla invece l’adozione di diverse posture politiche che nel periodo della guerra civile risultarono di grande importanza. È però innegabile l’azione di “costruzione comunitaria” operata dal clerico sciita. Al-Sadr nel tempo fu in grado di raccogliere un ampio consenso tra gli sciiti libanesi. I discorsi di al-Sadr vennero ben presto adornati dalle allusioni a Karbala e a Husayn. Queste trovarono riverbero nei mass media, che erano particolarmente recettivi nei confronti delle politiche del clerico. Veicolate nei momenti di pubblica adunanza, gli elementi del martirio di Husayn ebbero una funzione unificante, evocando nei fedeli un sentimento di persistenza e continuità e riducendo la complessità del mondo. Divennero una spinta per riflettere sul passato e sul presente, producendo infine un’identità collettiva.
Al-Sadr fu quindi uno degli artefici del cambio di paradigma legato a Karbala. Appena arrivato in Libano, intravedeva nelle commemorazioni del martirio di Husayn il rischio di ridurre il rituale ad una lamentela per un fato avverso che rischiava di perpetrare la visione rassegnata della tradizione sciita. Inquadrando la propria attività in questo retroterra evocativo, al-Sadr cercò invece di trasformare l’esempio dell’imam in un simbolo di attiva ribellione all’ingiustizia, che potesse evocare nella comunità un sentimento di orgoglio e di emulazione. Nei suoi discorsi risuonava la domanda: “se Husayn aveva sfidato Yazid con un manipolo di una decina di soldati, cosa avrebbero potuto fare decine di migliaia di sciiti?”. Era per lui necessario che si recuperasse il potenziale di ribellione insito nell’esempio di Karbala.
La tradizione sciita, fino a quel momento, aveva fornito un riparo alle comunità marginalizzate, confermando loro la futilità dell’attività politica e l’inevitabilità della sconfitta e del tradimento. Con al-Sadr, questa tradizione cominciava a venire concepita come un simbolo di rivolta, come un’opportunità per instaurare una solidarietà intracomunitaria. Non c’era alcun bisogno, per gli sciiti, di rintracciare esempi politici o categorie rivoluzionarie nel mondo esterno, poiché, nei racconti religiosi, la figura dell’imam Husayn poteva fungere da esempio di ribellione.
Invece di leggere i racconti di persecuzione e martirio di Karbala alla luce della predestinazione, Sadr offrì un’alternativa alla loro interpretazione sottolineando la scelta politica che Husayn venne chiamato a compiere. Nonostante la consapevolezza di perire, la sua diventa una scelta attiva di agire, che si tramuta in una vittoria in senso escatologico, cosmica, di fronte a una sconfitta sul campo.
Questo cambio di paradigma è il risultato di una contaminazione di idee tra culture e personalità religiose dei maggiori centri transnazionali dello sciismo. Una lettura simile viene inoltre fornita da ʿAli Shariati, sociologo iraniano che, tra gli anni ‘60 e ’70, interpretò i miti della tradizione sciita secondo un linguaggio adatto alla contemporaneità. Shariati era infatti in contatto con i pensatori rivoluzionari del Terzo Mondo, come Che Guevara e Frantz Fanon, e nei propri simposi re-immaginò il significato dei racconti religiosi dello scorso secolo, contribuendo a costruire l’intelaiatura ideologica che inquadrò la Rivoluzione in Iran.
Di fatto, Shariati attualizzò alcune immagini dello sciismo allo scopo di rispondere alle urgenti necessità politiche di mobilitazione contro lo Shah, trasportando i temi della religione al di fuori del torpore dei tempi antichi e allontanandoli dal quietismo politico. Proprio in merito a questo cambio di paradigma relativo agli eventi di Karbala, nel suo saggio “Sciismo rosso: la religione del martirio, sciismo nero: la religione del lutto”, Shariati opera una distinzione tra quelli che considera due approcci allo sciismo sviluppatisi nel corso della storia: uno quietista, compiacente nei confronti dei detentori del potere e delle élite (lo sciismo nero), e un altro rivoluzionario e millenarista (lo sciismo rosso). Shariati opera una distinzione tra religione intesa come istituzione e religione che ha il valore di rivoluzione, rendendo lo sciismo rosso il contenitore delle istanze degli oppressi contro il despotismo e lo sfruttamento.
Appare evidente come questo marker identitario non sia un’esclusiva di Hezbollah, appartiene bensì a tutti i movimenti sciiti comparsi nell’ultimo quarto dello scorso secolo. Basti pensare all’Iran degli anni ’80, alla cui minaccia di invasione proiettata dall’Iraq di Saddam rispose con un’immensa campagna di propaganda, pregna di parallelismi con Karbala, il cui scopo era quello di convincere i giovani iraniani a combattere al fronte.





